Il suo primo canto, o il suo primo vagito, “Carusiello”, lo lanciò da un balconcino al primo piano del numero 7 di via San Giovannello agli Otto Colli (via Santi Giovanni e Paolo), il 25 febbraio del 1873, in una Napoli poverissima di cui ci sono rimasti ancora i dagherrotipi che ci mostrano scugnizzi scalzi e mal vestiti che mangiano, con le mani, due soldi di spaghetti venduti da ambulanti-cuochi quasi più poveri di loro. E la famiglia di Enrico Caruso, diciottesimo figlio di una coppia disgraziata, non stava né meglio né peggio di quel sottoproletariato sconfitto da sempre e ancora pieno di speranze nei miracoli, nei santi e nella Provvidenza.
Suo padre (Marcellino) era fabbro e bevitore, nel senso che questa seconda attribuzione, pur non avendo le caratteristiche di una professione, lo distingueva completamente, rispetto agli altri, per il particolare che egli si beveva in alcool quei pochissimi soldi che sarebbero serviti alla famiglia numerosissima ed affamata, un padre alcolizzato ed autoindulgente che metteva in cantiere un figlio dopo l’altro, schiacciato dalla miseria morale e materiale della sua condizione di povero ignorante.
La madre di Enrico (Anna Baldini) è citata più volte, nelle sue biografie, per essere “malata” e non si vede come potrebbe essere diversamente, partendo da quelle condizioni familiari…
Sull’indole e sul carattere di Enrico Caruso è stato scritto molto, ma ci sembra abbastanza significativo quanto nota il biografo Eugenio Gara in un saggio pubblicato da Cisalpino-Goliardica: “…quel ragazzo dagli umori mutevoli, dolce ma pronto allo scatto, puntiglioso ma col rancore scritto sull’acqua”.
Caruso amò moltissimo una donna, il soprano Ada Giacchetti che conobbe nell’estate del 1897 e che gli diede undici anni d’amore oltre ad assicurargli la discendenza.
La ribellione caratterizzò fortemente il guaglione che, però era quel che si suole dire “una pasta di pane”, forse per quanto gli aveva insegnato la vita, in quella terribile palestra che era stata la sua infanzia e anche parte della sua giovinezza.
Enrico nacque dopo sette anni di matrimonio e su questo figlio si divisero le speranze e le aspirazioni di papà e mamma Caruso. Il primo avrebbe voluto che continuasse il suo mestiere di meccanico; la seconda lo avrebbe voluto istruito. S’incontrarono a metà strada: a dieci anni, il padre lo piazzò quale apprendista nella fonderia di don Salvatore De Luca all’Arenaccia e lui, per far contenta la madre, dopo le elementari, frequentò una scuola serale dove ebbe la possibilità di sviluppare una vera passione: quella del disegno.
Verso la metà degli anni ottanta, appena adolescente, lasciò la scuola, e cominciò ad affermarsi tra i posteggiatori, lavorando contemporaneamente nello stabilimento metallurgico di Salvatore De Luca. Su questa strada avrebbe certamente orientato il suo avvenire se non avesse incontrato la signorina Amalia Gatto la quale, entusiasta di lui, lo presentò al pianista Schiraldi ed al maestro De Lutio.
Enrico cresceva e, senza saperlo, incominciava a venir fuori qualcosa che avrebbe cambiato radicalmente la sua vita: la voce.
Il pianista Schiardi e il Maestro De Lutio gli insegnarono le prime arie d’opera.
Nel 1887 compare per la prima volta sulla scena nell’Oratorio di una chiesa, interpretando la parte di “Don Tommaso il bidello” in una festa musicale.
Nel 1888, il primo giugno, sotto la guida del maestro Amitrano canta nella chiesa di San Severino. Muore sua madre, già ammalata da anni.
Il padre passa a seconde nozze con Maria Castaldi.
Nel 1895, finalmente, il debutto a Napoli al Teatro Nuovo in un’opera di Domenico Morelli: “L’amico Francesco”. A questo debutto seguirono diversi altri spettacoli.
Si dice che alcune ore prima di cantare salisse sulla parte alta di Napoli, propriamente a San Martino, per rivedere la fontana che anni prima aveva forgiato con le sue mani, quando lavorava nell’officina De Luca.
Era felice; sapeva che il pubblico l’amava.
Il resto della sua vita, non lunghissima, fu speso tra moltissimi successi, viaggi, altri amori e figli ed una grande passione per gli oggetti d’arte di cui il tenore divenne un grande collezionista.
Ritornò a Napoli, al San Carlo, dopo molti anni di separazione, ma non fu un gran ritorno pur essendo già conosciuto “grande” dal mondo intero: l’apoteosi si trasformò in disastro fino a raggiungere il dileggio per il grande tenore.
Il giorno seguente il giornalista Saverio Procida scrisse sul quotidiano “Il pungolo” che Caruso aveva cantato “L’Elisir d’amore” con voce da baritono. Caruso ci resta male. E c’è chi afferma d’aver sentito un suo giuramento: “Non canterò più a Napoli !”.
Quella voce benché flebile non era ben definita per timbro e colore, in pratica non era chiaro se si trattava di baritono o di tenore.
Per la verità questo dilemma lo perseguiterà per anni. Cominciò, da solo, a capire la sua voce, a correggere i suoi difetti, a provare e riprovare, e, come suol dirsi, a mettersi bene in gola le note, specialmente quelle più ostiche, a curare il passaggio, a cercare gli acuti, a farsi il repertorio.
Nel 1898, quando varcherà, per la prima volta, l’oceano per recarsi in Sud America al Colon di Buenos Aires. Nel 1899 è a San Pietroburgo. Il 1900 segnò il suo debutto alla Scala con la Bohème di Puccini sotto la direzione di Arturo Toscanini.
L’11 marzo 1902, Caruso creò la figura del tenore ‘solo’ nella première mondiale della ‘Germania’ di Fianchetti alla Scala di Milano.
L’opera ora è stata accantonata da molto, ma la serata fu di grande significato sia per il grammofono che per Enrico Caruso.
Un membro del pubblico era il rappresentante della Gramophone and Typewriter Company, Fred Gaisberg, che stava andando in giro per l’Europa a trovare artisti per incidere dischi. Rimase molto colpito da Caruso e gli pose una domanda: avrebbe inciso dieci dischi e quanto sarebbe costato?
La risposta fu che Caruso avrebbe inciso i dieci dischi, ma il suo compenso sarebbe stato di £100, e si rendeva disponibile per un solo pomeriggio, mentre si trovava a Milano.
Gaisberg sottopose la proposta ai suoi capi di Londra, raccomandandosi di accettare. L’ufficio di Londra gli mandò un telegramma con la loro famosa risposta ‘ TARIFFA ESORBITANTE TI PROIBIAMO DI INCIDERE’.
Fortunatamente per Caruso, per l’industria musicale e per la compagnia, Gaisberg ignorò il telegramma. I dieci dischi furono fatti nella suite di Gaisberg al Grand Hotel di Milano in una camera singola l’11 aprile 1902.
Caruso venne sentito mormorare che non riusciva a credere quanto facile fosse stato guadagnare un centinaio di sterline, ma l’iniziativa azzardata di Gaisberg fece guadagnare alla sua compagnia £15,000 di profitto soltanto per le vendite dei dischi, e all’improvviso chiunque doveva possedere la propria strana macchina parlante.
Che sia il grammofono che fece Caruso, o Caruso il grammofono, non ci è dato d sapere. La tempistica per le incisioni fu perfetta per entrambi – l’uscita dei dischi coincise con il debutto di Caruso alla Royal Opera House di London e gli assicurò la sua reputazione internazionale.
La maggior parte dei grandi cantanti dell’epoca erano stati riluttanti a sottomettersi alle incertezze dello strano attrezzo col corno, ma i dischi di Caruso diedero all’industria una nuova rispettabilità, e all’improvviso i cantanti divennero ansiosi di affidare la loro arte ai dischi.
Nel 1903 fece il suo ingresso trionfale al Metropolitan di New York, ma non dimenticò mai di essere napoletano. Allegro, simpatico, generoso. Pretendeva fior di dollari per cantare nei salotti di ricchi americani, ma era capace di cantare, gratis, per ore, canzoni napoletane per allietare gli emigranti.
Nel 1897 al Teatro Goldoni di Livorno conobbe Ada Giochetti (sua prima compagna). Da quest’incontro sbocciò un grande amore. L’unione, dopo 10 anni, finì purtroppo in maniera squallida, quando Caruso scoprì che l’autista era l’amante della Giachetti. In seguito i due amanti montarono una tresca per estorcere soldi al grande tenore intentando un processo che si svolse dopo innumerevoli vicissitudini legali in Milano nell’ottobre 1912. La stampa, in particolare il Corriere della Sera, riportò tutte le fasi dibattimentali del processo e fece grande scalpore attorno a questa triste vicenda. Il tribunale ritenne Ada Giachetti colpevole di diffamazione e le inflisse la pena di un anno di reclusione e lire 1000 di multa. Tale pena per effetto dell’indulto del 1911, fu ridotta di tre mesi e anche la multa fu ridotta a 100 lire. Il grande figlio di Napoli ne uscì nitido, apparendo nella sua vera veste di uomo generoso. La sentenza, però, non poté lenire le sofferenze morali che Caruso aveva dovuto subire, ma chiuse un triste capitolo della vita del sommo artista.
Ma per fortuna rinacque l’amore: un’altra donna Dorothy Benjamin conquistò il suo cuore. Si sposarono nel 1918 e l’anno dopo ebbero una bella bambina che chiamarono Gloria.
Nel maggio del 1920 cantò a Cuba per diecimila dollari a recita. Si sentiva realizzato, scriveva ai vecchi amici, rievocava i tempi lontani, ringraziava tutti per l’aiuto che gli avevano dato.
Un bel giorno, mentre era a bordo di una nave vide il golfo di Napoli. Era il giugno del 1921, aveva 48 anni.
Giunto sulla banchina pianse, poi si fece condurre a Sorrento. Scese all’Hotel Vittoria. Un brutto male lo stava distruggendo, aveva fissato appuntamento con un medico; le cose andavano male. La sua permanenza durò soltanto qualche mese. Quel giorno aveva cantato. La voce era sempre la stessa: limpida e soave. Pochi infimi l’avevano ascoltato in quella stanza d’albergo ed erano rimasti estasiati. Ma il medico era stato chiaro: aveva
poche ore di vita.
Partì per Napoli, di buon mattino, il 2 agosto. Scese all’Hotel Vesuvio. Ad un tratto esclamò a sua moglie: “Dorothy, fammi portare al sole, voglio vedere la mia città”. Guardò lontano, forse cercava la zona di Sangiovanniello tra quelle strade sconnesse che l’avevano visto nascere, forse udiva la sua voce di bambino, quando cantava nel piccolo coro della chiesa, quella voce che adesso stava per entrare nella leggenda.

di Carlo Fedele