Il social media manager casertano Domenico Napoletano si è espresso a proposito del ruolo del concept food e delle ricadute che su di esso sta avendo la crisi del mercato dovuta all’emergenza.

Il concept food, ha spiegato Napoletano, è un prodotto trasformatosi in concetto; il cibo nelle città è una fonte di intrattenimento per i suoi acquirenti, che si aspettano dal consumo nuove sensazioni.
Esso consiste attualmente, infatti, in tre principali categorie di prodotti, che suscitano nei consumatori tre diversi tipi di esperienza sensoriale: c’è il “prodotto-soluzione” che risponde esclusivamente ad un’esigenza di consumo in breve tempo ed è meramente funzionale; il “prodotto-emozione“, che incuriosisce e diverte il consumatore con un’esperienza inaspettata ed il “prodotto-egoista“, che si desidera a tutti i costi possedere e mangiare, ancora prima di conoscerne il sapore.

Affinché funzioni, dunque, gli ideatori del concept food devono esser disposti a modificarlo seguendo il gusto e le aspettative dei consumatori, con grande malleabilità. Ciò non vuol dire stravolgere la propria attività: è possibile prevedere, sin dall’inizio, elementi “soft” aggiornabili, come gusti, ricette, ingredienti. L’importante è tenere presente che la vita di un concept food non dura più di tre anni e che idearne uno richiede un piano versatile: “un bicchiere, un vassoio, un logo, un nome dato al prodotto, un singolo ingrediente fanno la differenza. Un’esperienza di successo ha il compito di innovare premiando il passato ma con un tipo di innovazione che porti il tuo locale nel futuro.” Tuttavia, continua Napoletano, “non bisogna mai esagerare nella concettualizzazione, le persone vogliono mangiare qualcosa in santa pace senza troppe complicazioni. I successi più clamorosi sono legati alla semplice idea e alla sua immediatezza.

Allo stato attuale, l’eccesso di concorrenza, la volubilità di gusti dei clienti, gli affitti troppo alti hanno modellato un mercato a misura di consumatori che non esistono più: l’eccesso di concetti veicolati attraverso i prodotti venduti ne mina l’efficacia; ne sono un esempio le gelaterie che propongono gusti in quantità eccessiva, col solo risultato di confondere cliente e gelatiere. Anche la scarsa consapevolezza di chi decide di aprire ristoranti e bar ha la sua parte: non è più possibile pensare di aprire un’attività che resti invariata a vita; è necessario “adeguarsi al passare del tempo per conservare un’esperienza vitale“.
La crisi del mercato scaturita dall’emergenza rende ancora più impellente l’esigenza di adeguarsi: i bruschi cambiamenti cui tutte le attività sono state sottoposte dovrebbero insegnare che, in un contesto di estrema variabilità, ogni imprenditore di questo settore deve essere disposto a fare grandi sacrifici per far durare il proprio concept food nel tempo.