«Era in quel castello (Castel Nuovo o Mascho Angioino) una fossa sottoposta al livello del mare, oscura, umida, nella quale si solevano cacciare i prigionieri che si volevano più rigidamente castigare: quando a un tratto si cominciò a notare con istupore che, di là, i prigionieri sparivano. Fuggivano? Come mai? Disposta una più stretta vigilanza allorché vi fu cacciato dentro un nuovo ospite, un giorno si vide, inatteso e terrifico spettacolo, da un buco celato della fossa introdursi un mostro, un coccodrillo, che con le fauci afferrava per le gambe il prigioniero, e se lo trascinava in mare per trangugiarlo». Scrive Croce inStorie e leggende napoletane. Anche Alexandre Dumas ne parla nella “Storia dei Borbone di Napoli”: «Da questa bocca dell’abisso, dice la lugubre leggenda, uscendo dal vasto mare, appariva un tempo, l’immondo rettile, che ha dato il suo nome a quella fossa».

Questo è il mito della “Fossa del coccodrillo”. In tutte le leggende c’è un’oncia di verità, ed è a questa storia che i volontari della Galleria Borbonica hanno pensato quando hanno scoperto quello strano teschio dal quale emergevano denti aguzzi. Così hanno immediatamente interrotto le operazioni di scavo. Gianluca Minin, il sovraintendente del percorso sotterraneo di Chiaia, ha recuperato tutte le ossa mandandole immediatamente alla verifica, pensando anch’egli che si trattasse del coccodrillo della leggenda, anche se il ritrovamento è avvenuto nelle gallerie sotto Pizzofalcone.

La scoperta risale a qualche tempo fa. Le ossa sono state sottoposte a test di datazione e a studi che confermassero di che specie si trattava. La datazione è stata effettuata con il carbonio 14 dal Circe, Centro di ricerche isotopiche per i beni culturali e ambientali con il metodo della spettrometria di massa con acceleratore che ha fatto risalire le ossa a un periodo compreso tra il 1643 e il 1666.

I resti recuperati sono stati messi insieme e le caratteristiche dell’animale studiate accuratamente: si tratta di un coccodrillo del Nilo, proprio come quello della leggenda, e sembra che l’attribuzione della provenienza del coccodrillo è certa «solo» al 95 per cento. C’è quindi un 5 per cento di possibilità che quel coccodrillo non sia giunto a Napoli direttamente dall’Egitto. L’animale, che superava i due metri di lunghezza, verrà probabilmente esposto all’interno di una teca nella Galleria Borbonica, dopo averne recuperato tutti i pezzi. 

Un suggerimento alternativo viene da parte dell’Associazione Vivere Napoli che si occupa delle visite al Maschio Angioino, che vorrebbe lo scheletro del coccodrillo all’interno delle prigioni dove la leggenda dice che sbranasse i detenuti.