“Nella mia vita, a spese mie, ho imparato a capire che i cani, a volte, sono meglio degli uomini. Ho una passione per tutti gli animali, in special modo per i cani. Il cane è indifeso, non chiede niente all’uomo, ma dà tutto all’uomo anche la vita se è il caso. Il cane  è tra il bambino e l’angelo come mentalità, come cuore e come sentimento.”

Nato a Napoli nel 1898, Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio (in breve Antonio de Curtis) ed i arte Totò aveva un profondo amore per i cani, ai quali sin da piccolo ha sempre mostrato una particolare predilezione per i cani e si è sempre preso cura dei randagi in difficoltà, che, come da lui stesso affermato: Hanno bisogno di protezione, in particolare i randagi che vengono maltrattati dai bambini, che spesso si divertono a dar loro fuoco, accecandoli, buttandoli nella calce, prendendoli a calci e a bastonate.

In una lunga intervista condotta dalla scrittrice e giornalista Oriana Fallaci, alla domanda sui motivi per i quali recitasse anche in film di scarsa qualità, il grande Totò rispose:

– “Signorina mia (…) io non posso vivere senza far nulla: se vogliono farmi morire, mi tolgano quel divertimento che si chiama lavoro e son morto. Poi sa: la vita costa, io mantengo 25 persone, 220 cani… I cani costano…”.

– “220 cani?!? E perché? Che se ne fa di 220 cani?!”

– “Me ne faccio, signorina mia, che un cane val più di un cristiano. Lei lo picchia e lui le è affezionato l’istesso, non gli dà da mangiare e lui le vuole bene l’istesso, lo abbandona e lui le è fedele l’istesso. Il cane è nu signore, tutto il contrario dell’uomo. (…) Io mangio più volentieri con un cane che con un uomo.”

Totò era sempre andato a far visita ai cani ospitati in canili, li visitava a turno, sostenendoli economicamente. Nel 1965 decise di far costruire lui stesso un canile moderno e attrezzatissimo vicino Roma, e gli costò bem 45 milioni di  e che chiamò “L’ospizio dei Trovatelli” (non amava la parola “randagio”), dove venivano ospitati cani malati o feriti che andava regolarmente a visitare monitorandone i progressi.

Lietta Tornabuoni, critico cinematografico, in un suo articolo apparso su La Stampa lo ricorda così: “Sceso dalla macchina venne accompagnato dall’autista alla rete metallica che circondava il terreno di giochi dei cani e aiutato a entrare. Una festa: gli si precipitarono addosso tutti insieme abbaiando, mugolando, scodinzolando, puntandogli le zampe sul cappotto. Lo riconoscevano, mentre Totò aveva la vista troppo danneggiata per riuscire a individuarli. Né avrebbe potuto distinguerli dal nome. Ai cani quasi mai attribuiva un nome (“Mica sono figli”). Li chiamava tutti “cane” e basta”.

Eppure nonostante questo era apparente che l’attore napoletano amasse profondamente questi animali. Con loro Totò giocava, parlava e ne amava la compagnia. In realtà però ai suoi cani Totò attribuì titoli nobiliari: “Dick, il mio cane lupo, era invece barone. Peppe, il mio cane attuale, è visconte. Visconte di Lavandù. Gennaro, il mio pappagallo, è cavaliere. Li ho investiti io”.

Totò ebbe infatti anche cani “suoi” oltre a quelli che faceva personalmente curare, ed accudire. Uno dei più noti è Dick, un pastore alsaziano, un cane poliziotto in pensione, che fu affidato proprio all’attore. Dick appare anche in uno dei suoi film, “Totò a Parigi”, ed è proprio a lui che Totò dedicò una delle sue poesie.

Dick

Tengo ‘nu cane ch’è fenomenale,

se chiama “Dick”, ‘o voglio bene assaie.

Si perdere l’avesse? Nun sia maie!

Per me sarebbe un lutto nazionale.

Ll ‘aggio crisciuto comm’a ‘nu guaglione,

cu zucchero, biscotte e papparelle;

ll’aggio tirato su cu ‘e mmullechelle

e ll’aggio dato buona educazione.

Gnorsì, mo è gruosso.è quase giuvinotto.

Capisce tutto… Ile manca ‘a parola.

è cane ‘e razza, tene bbona scola,

è lupo alsaziano,è polizziotto.

Chello ca mo ve conto è molto bello.

In casa ha stabilito ‘a gerarchia.

Vo’ bene ‘ a mamma ch’è ‘a signora mia,

e a figliemo isso ‘o tratta da fratello.

‘E me se penza ca lle songo ‘o pate:

si ‘o guardo dinto a ll’uocchiemme capisce,

appizza ‘e rrecchie, corre, m’ubbidisce,

e pe’ fa’ ‘e pressa torna senza fiato.

Ogn’anno, ‘int’a ll’estate, va in amore,

s’appecundrisce e mette ‘o musso sotto.

St’anno s’è ‘nnammurato ‘e na basotta

ca nun ne vo’ sapè: nun è in calore.

Povero Dick, soffre ‘e che manera!

Porta pur’isso mpietto stu dulore:

è cane, si… ma tene pure ‘o core

e ‘o sango dinto ‘e vvene… vo ‘a mugliera…