“Se ami l’Italia, mantieni la distanza.”

Una frase importante, ripetuta più volte, come un mantra, nel discorso pronunciato la sera del 26 aprile, dal Premier Conte, in occasione della divulgazione della bozza del Dpcm riguardante la cosiddetta FASE 2, e il cui inizio è atteso per il 4 maggio.

Un periodo nuovo, quindi, ma marcato da quella cautela che abbiamo imparato a conoscere e a praticare già dalle prime settimane di lotta serrata contro il virus, con il quale, a detta di Conte, ci toccherà convivere, ma senza abbassare la guardia e continuando a tenere a bada la curva dei contagi.

Quali, quindi, le somiglianze tra FASE 1 e FASE 2?

Stando alla bozza del Dpcm, verranno confermate le misure di distanziamento sociale e di modalità di spostamento. Sarà ancora attivo il divieto assoluto di muoversi dalla propria abitazione per quelle persone affette da sintomatologie compatibili con COVID-19 ed, in ogni caso, non potranno verificarsi assembramenti, tanto in contesti pubblici che privati.

Quali, invece, le principali novità del decreto, rispetto al nostro vivere quotidiano?

Saranno possibili le visite ai congiunti, rispettando le distanze anti-contagio e facendo uso delle mascherine.
Tra regioni ci si potrà spostare solo per comprovati motivi di lavoro o di salute, e per il rientro nella regione di residenza o di domicilio.
Inoltre, si potrà acquistare cibo da asporto, ma con il divieto assoluto di consumarlo sul posto, in modo da non creare assembramenti presso il punto di ristoro.

Forti le critiche al Premier, a conclusione del suo discorso.
E, sicuramente, non inaspettate.

Rabbia. Questa parola ha marcato in più punti il discorso di un Premier che sapeva esattamente cosa avrebbe fatto seguito a quelle parole, ossia il fisiologico sfogo di una coscienza collettiva disillusa, scalpitante, frustrata.

A fronte delle strumentalizzazioni che, in questi casi, cercano di ricondurre le reazioni dei cittadini ad effettive o mancate approvazioni rispetto all’orientamento politico del Governo, resto dell’avviso che tali output dovrebbero essere interpretati secondo un’altra prospettiva.

Più che di conflitto tra il politico e il cittadino, si dovrebbe parlare di conflitti interni a quel politico e a quel cittadino.

Dal canto suo, il politico vive quel dramma poco visibile, perché infilato nella camicia di uno statista, di far scendere giù le pillole amare prescritte dagli scienziati, promettendo che tutto passerà presto, “se faremo i bravi”, infermiere che rassicura che l’iniezione è quasi finita, quando l’ago non è neanche ancora entrato nel muscolo.

Il cittadino, invece, nella peggiore delle ipotesi, vive lo spudorato dramma economico, tangibile, che si siede a tavola, a casa sua, e che lo disturba nel sonno, di notte. Nella migliore, una più profonda disillusione, una dolorosa insurrezione, un’imprecazione, un moto di rabbia urlato non al sistema, ma contro quell’impalcatura di speranze, di sogni e di propositi crollata troppo presto, dopo settimane di pazienza e sacrificio, costruita attorno ad un’idea di FASE 2 molto distante dalla realtà.

Perché, le fasi, è bene ricordarlo, non sono solo quelle della lotta, politica e sanitaria, al Coronavirus.
Sono soprattutto quelle che ci parlano, lontano dai microfoni della politica e con la lingua battente delle nostre paure.