“Prof., sono triste”.

“E perché, Tina?”

“Perché l’esame di maturità non sarà come l’avevo immaginato.”

Questo il dialogo con una mia alunna, tra le pareti dell’aula virtuale in cui si svolgono le mie lezioni in tenuta anti-COVID-19.

Aveva appena appreso la notizia: scuole ancora chiuse per emergenza Coronavirus ed esame online sempre più probabile, sebbene la possibilità di un esame “modello pre-pandemia”, ma nelle “vesti succinte” di in un’unica prova, orale, non sia ancora accantonata.

Insomma, in ogni caso, un esame diverso da come Tina se l’era immaginato. Senza dubbio.

Mai, però, avrei pensato di ascoltare, tra mura di cemento o pareti di byte, un’alunna o un alunno che mi dicesse con rammarico, a proposito di un esame, che non sarà “come l’avevo immaginato”.

Una dichiarazione d’amore, un saggio di danza o un torneo di pallavolo sarebbero stati contesti di certo più fisiologici per la frase “come l’avevo immaginato”.

Per un Esame di Stato, francamente, ci avrei visto, piuttosto, un “come l’avevo temuto”.

E invece, la frase di quella ragazza, quella semplicissima e lineare sequenza di suoni e concetti, mi si è palesata come un capolavoro di sintesi della scuola come è da un mese e tredici giorni a questa parte.

Didattica a distanza, video lezioni, materiale multimediale, piattaforme online. Nulla potrà sostituire il valore fondamentale dell’esame di maturità come di rito di passaggio necessario, temuto e voluto, da allontanare e da desiderare, per coronare quella sognante e continua proiezione del sé costruita negli anni.

Come guardare un film, con un finale troppo aperto, che non è un finale. E tu, che ti aspettavi che sarebbe finito bene, o che sarebbe finito male, ma non che sarebbe finito come non l’avevi immaginato.

L’esame di maturità, la prima vacanza con gli amici e i diciotto anni, nell’anno 2020. Come far convivere i ragazzi con tanti possibili “finali mancati”?

Magari, cercando di mantenere il loro status di riti di passaggio, invece di trasformarli in occasioni perdute.

L’Esame di Stato in versione Coronavirus attribuirà loro i crediti extra del saper rinunciare, dello spirito di adattamento e della resilienza, frecce sconosciute ai loro compagni delle “maturità” precedenti, e che adesso sono tutte lì, nella loro faretra.

Il primo viaggio da soli, sognato e non realizzato, avrà il sapore inebriante delle lunghe attese, sconosciute ai coetanei amanti del “tutto e subito”.

La festa dei diciotto anni rimandata, ma chiusa in un abbraccio virtuale altrettanto forte di quello sognato attorno ad una torta, sarà il momento della celebrazione, oltre che del “sono maggiorenne”, anche del “sono ancora qui, siamo ancora qui, insieme, nonostante tutto”.

Ecco.
Quel “nonostante tutto”, nuovo mantra che dovrà scalzare il “per colpa di”.
Quel silenzio che si dovrà trasformare in pausa musicale.
Quel punto finale che si sentirà già un po’ lettera maiuscola.