I treni della malinconia

Le pagine del giorno dopo, le pagine tristi di contenitori di plastica e latte d’olio, di valigie e telefonini carichi di momenti di cui nutrirsi per gli altri giorni.

Il ricordo di tavole imbandite all’inverosimile che ancora lasciano traccia negli addomi dilatati da casatielli, pizze piene e pastiere, qualcuno rispolvera addirittura gli struffoli (saltati dall’ultimo Natale di assenza).

Valigie gonfie e borse improvvisate da mamme e papà chef stellati, sono loro che le stringono nelle mani, i nostri ragazzi.

Salgono nei treni imbarazzati dalla scia che li precede ma disposti a qualsiasi vergogna pur di godere per qualche giorno ancora delle specialità di casa.

Quella casa che resta silenziosa e disordinata, quella casa la cui  porta si chiude sugli ultimi baci e nell’oppressione del petto che non riesce a contenere il vuoto già troppo profondo, sul loro sguardo fermo nel viso indecifrabile.

È già l’una e nel vagone pieno di facce giovani ci si guarda sottecchi, le stagnole si srotolano e si aprono  le danze della pasquetta su rotaie.

Mangiano in silenzio, già proiettati agli impegni del giorno dopo, con la frenesia della vita del nord, in bilico fra il risotto e il casatiello che già appare più grasso e peccaminoso di ieri.

L’esercito dei nostri piccoli è in viaggio, in cerca di una vita. L’esercito dei genitori resta, in cerca di risposte, in cerca di soluzioni, in cerca di responsabilità.

Ma dove vanno i marinai? In quali mari navigheranno e soprattutto, torneranno mai?

Per rispondere a questa domanda, bisogna chiedersi cosa significa oggi emigrare e quali sono i motivi che spingono i nostri ragazzi ad andare.

Migrazione e mobilità, due condizioni diverse, la prima legata a motivi strettamente economici, l’altra a stili di vita e fenomeni sociali.

Ma quanto si  possono separare le due cose? Purtroppo spesso si mescolano fino a non sapere più cosa si è e dove si va, spesso la vita e le opportunità decidono sui desideri cambiando i pensieri fino a deformarli alle necessità.

I nostri giovani partono, alcuni per studiare, sperando in opportunità migliori, altri per lavorare e garantirsi il giusto riconoscimento delle competenze acquisite, semplicemente alla ricerca di una migliore qualità di vita, per un migliore contesto culturale, per la speranza.

I nostri giovani sono portatori di ricchezza umana, intelligenza, competenza, spirito di sacrificio. Portano tutto lassù, dove i treni arrivano in poche ore, o anche all’estero, che raggiungono con voli low cost in tempo quasi reale.

Fenomeno sociologico, mobilità, globalizzazione, esperienza, un attimo e sono a casa, le distanze non esistono più…

Bugie, solo bugie per indorarci pillole spesso amare.

Siamo riusciti a farli scappare, non abbiamo trovato argomenti per trattenerli, abbiamo creduto anche noi di dare loro nuove possibilità, acquisizioni, nell’intimo pensiero di un ciclo comprendente di ritorno da vincitore.

Bugie, i nostri figli vincono e molti hanno già vinto ma la loro vita la spendono da ospiti. Abbiamo perso la loro strada e lo abbiamo fatto sorridendo, senza indignarci abbastanza, piegandoci al destino che noi stessi abbiamo creato e assecondato, lo abbiamo fatto abbagliati dai loro progressi, accettando questa malinconia quale mezzo di scambio. Qualcuno lo definisce “necessario”, io spero si possa invertire la rotta o almeno acquisire la consapevolezza che guardare la vita di figli e nipoti da pixel sempre più evoluti, non ci consente di sentirne l’odore né mai ce lo consentirà.

Lucia Montanaro