I social soddisfano così tanto il nostro bisogno di auto accettazione? Perché ci proiettiamo con così tanta insistenza in un mondo virtuale composto nella maggior parte dei casi da persone che nemmeno conosciamo?

Viviamo in un paradosso: più ci celebriamo online e più aumenta la nostra insoddisfazione. A questo proposito il sociologo Vanni Codeluppi, nel libro intitolato Mi metto in vetrina, esamina la crescente propagazione della logica di messa in scena della “vetrina”, una metafora di quel modello di comunicazione che oggi tende a prevalere. “Vetrinizzarsi” significa mettere in scena la propria vita privata, le proprie emozioni e il proprio aspetto fisico. I social hanno generato una vera e propria ossessione sociale e la continua esposizione di sé produce inevitabilmente delle conseguenze sull’uso che ciascuno fa del proprio corpo.

Soprattutto le donne, si esibiscono sul piano esteriore mostrando un aspetto talvolta innaturale e, probabilmente, una fisicità costruita da invasivi interventi di chirurgia estetica. Il risultato? Labbra carnose, nasi minuscoli, trucco impeccabile, sopracciglia folte e ciglia lunghissime. Tutte uguali tra di loro. Tralasciando l’opportunità di queste ragazze di poter monetizzare con il proprio aspetto fisico, si rischia di affermare sul piano sociale un tipo di bellezza fittizio, costringendo le donne e molte ragazzine ad un continuo automonitoraggio del proprio aspetto.

L’obiettivo è probabilmente quello di avvicinarsi alla condizione propria dei personaggi di successo che sono oggetto della loro venerazione. Sicuramente non tutte sono state influenzate da Instagram, anche se l’” instagrammabilità” estetica è diventata quasi un valore imprescindibile, ma molte donne si saranno sicuramente sentite avvilite dopo aver scrollato la propria home. Ciò che bisognerebbe tenere bene a mente è che la nostra vita non è una performance continua.

Insomma, la frase “Continuiamo a bere del pessimo vino preoccupati che i calici siano di cristallo” è più che mai valida di questi tempi.