L’importanza della memoria nel racconto di Eliana Manes Rossi dell’Officina delle parole, laboratorio di scrittura creativa di Vincenza Alfano, presso la libreria Iocisto, Con la sua scrittura lirica e profonda, la scrittrice accompagna la nostra dovuta e urgente riflessione sui temi della discriminazione e dell’odio razziale. Insopportabile. Inaccettabile. Purtroppo attuale.

 Il racconto concorre al premio Napoliflash 2019. Per votarlo,  basta leggerlo tutto.

Stutthof

Eliana Manes Rossi

Sono arrivati all’alba, hanno scelto te proprio te, amico mio.

Non posso guardarti, non posso vedere mentre sei lì, come un giunco spezzato.

Una corda che trema all’improvviso mi attraversa la gola, non riesco a fermarla, sale, sale lungo il mio corpo fermo, che ti guarda impotente, la paura mi assale, non riesco a reagire fermo qui a due passi da te.

Chiudo gli occhi non posso guardare, questa furia selvaggia e senza senso che si abbatte su di te.

Mi abbandono, mi accascio di lato lontano da quello scempio disumano. Buio, rabbia, tristezza. Sì, una tristezza infinita viaggia dalla punta dei piedi e lentamente sale fin sulla testa e all’improvviso scende dagli occhi.

Trattengo una lacrima, è lì, ferma sul bordo della mia palpebra chiusa, sembra voler esplodere nell’angolo estremo del mio occhio, ma si trattiene, non può uscire, resta lì immobile, come uno spettatore indifeso che nulla può contro questa brutalità.

Tremo, mi sento paralitico, con le ali spezzate di chi non può salvare nessuno, neanche sé stesso.

Non si muove più nulla. Il tuo corpo lo intravedo lì per terra sporco di fango e sangue. Fermo, impotente. Persino l’aria intorno a me è ferma, immobile, non può volare neanche più una farfalla, niente più colora la vita, è tutto grigio, inerme, senza speranza.

Ricerco un’immagine che possa far risorgere il sole, un sorriso, un abbraccio, qualcosa che mi aiuti a credere che tutto ancora può accadere, che tutto può cambiare.

Spero fortemente dentro di me che questo sia solo un incubo. Non posso credere che sia vero, non può essere vero.

Intravedo un viale, spero che da quel cunicolo possa aprirsi all’improvviso un varco che mi porti dritto verso il mare.

Voglio muovermi. Voglio sentirmi libero di nuotare in uno spazio senza fine, dove nulla mi può più fermare, dove questo orrore non può arrivare.

Ho bisogno di credere che l’amore può sbocciare di nuovo, che la vita può ritornare. Ho bisogno di credere che nulla sia realmente accaduto.

Sento i colpi ripetersi, forse ancora sul tuo corpo ormai immobile. Sento i pianti dei bambini in lontananza pieni di terrore, li immagino aggrappati alle loro madri, che come rocce li stringono al petto sperando di poterli salvare.

Il rosso, sì, il rosso, come il tuo sangue, come questo sole che sorge. Il rosso invade la mia anima impaurita, esco da me stesso, una furiosa libertà si impossessa del mio corpo, corro, corro più che posso, sperando di non essere visto.

Forse riuscirò ad arrivare in fondo al viale, forse riuscirò a volare oltre quel cancello, forse nessuno mi vedrà scomparire.

Il mio corpo fluttua in uno spazio sconfinato, mi sento leggero come una piuma, vago come una bolla di sapone, niente più mi ferma, salgo sempre più su, sono aria nell’aria, vento nel vento, non ci sono limiti né confini, non c’è tempo, non c’è fine.

Io solo io, nessun altro, è tutto disperso, è tutto infinito. Sono libero, sono salvo!

Ora lo vedo il varco nella mia mente, nel mio essere sparso nell’infinito. Eccomi sono qui, posso essere ancora io, posso ancora trovare un’ancora a cui aggrapparmi. Non ci sono più grida, non ci sono più lacrime, non c’è paura.

Il mio mare è lì di fronte a me, mi stendo esausto sulla spiaggia e piango, lacrime liberatorie escono dai miei occhi. Lo sento, lo so, ora non c’è più nulla che possa farmi male. Sono io, sono qui, sono libero!