Il racconto dell’Officina delle parole, laboratorio di scrittura creativa di Vincenza Alfano, presso la libreria Iocisto, di questa settimana è di Nadia Anselmi che esordisce e concorre alla targa Napoliflash 2018. Se vi piace, votatelo con un like.

Si entra piano e in punta di piedi in una storia di memorie che ha il potere di evocare temi e sensazioni universali.

Qualche estate fa

Nadia Anselmi

Domani partiamo per Nerano, mamma, zia Luisa ed io.

Il fatto che andassimo alla casa di vacanze noi tre senza papà e mio fratello era la prima stranezza di una serie che si sarebbero verificate in quei giorni a venire.

Luisa in effetti era compagna di classe di Maria ai tempi del liceo, ma quando ne iniziò a frequentare la casa le affinità con la sorella Jole, cioè mia madre, furono evidenti.

Amanti entrambe degli animali, degli sport all’aria aperta, accanite lettrici, iniziarono a vedersi spesso, a fare insieme equitazione, a scambiarsi libri da leggere, andare a teatro, insomma, relegata Maria a ruolo di compagna di classe da cui scopiazzare qualche assegno, Luisa prese a scorazzare con mamma in Vespa  per Napoli e dintorni.

La loro amicizia risultò inossidabile al tempo, non le separò la guerra che le vide sfollate in posti diversi, furono l’una al matrimonio dell’altra e negli anni a venire si sarebbero strette forte nei dolori che la vita non mancò di riservare loro.

Non si sarebbe potuto immaginare, a guardarle, due persone più differenti fra loro, incerta della piacevolezza del proprio aspetto una , consapevole della proprio morbida femminilità l’altra, alle ruvide movenze di Jole si contrapponeva la teatralità del modo di porsi di Luisa, con solo un po’ di rossetto  mamma , con il  viso perfettamente truccato la sua amica,  eppure per quella strana alchimia che alle volte fa si che i contrari si attraggano loro due si intendevano molto bene e passavano intere giornate insieme.

La necessità di portarmi con loro quella settimana fu dettata sicuramente dall’impossibilità di lasciarmi sola con papà che lavorava e mio fratello che, più grande di me di sei anni, non avrebbe certo gradito l’incombenza di occuparsi di una bambina di nove anni.

Partimmo quindi in auto alla volta di Nerano ai primi di giugno del 1969 quando, durante la settimana, i frequentatori delle spiagge erano veramente esigui ed il mare si concedeva con trasparenze cristalline. Per altro possedevamo una barchetta che ci permetteva di penetrare le magnifiche cale e calette della costiera, superba fra tutte la baia di Ieranto. Al nostro ingresso le cicale ammutolivano ed il rumore del nostro seagull rimbalzava sulle rocce , mamma lo spegnava subito, sfruttando l’abbrivio toccavamo terra e riprendeva il loro canto. Poi lei subito si tuffava in acqua con tanto di maschera graduata e si allontanava per la sua irrinunciabile nuotata, in quell’occasione non la seguivo rimanevo con zia a sguazzare e a chiacchierare lasciandomi incoraggiare da lei ad affermare la mia crescita, mi diceva  “ Certo che puoi

scegliere tu i vestiti che vuoi mettere e se fare la doccia da sola invece del bagno con mamma che ti assiste”, e intanto si levava la parte di sopra del bikini con disinvolta naturalezza sorridendo alla mia incantata meraviglia.

Il secondo giorno di permanenza mi disse che dovevamo preparare uno spettacolino per mamma,

così il pomeriggio ci allenammo per questa performance teatrale, la sera dopo cena facemmo accomodare Jole sul divano e noi due scendendo le scale di casa intonando  una canzoncina:” A noi non piace la cacca squacchera che ci impatacca da capi a piè, viva lo stronzo duro che pur sul muro si regge in piè”.

A 9 anni, negli anni ’60 dire stronzo mi sembrò il massimo della trasgressione.

C’è un momento nella vita di ognuno di noi che sono certa si inneschi un meccanismo per il quale quel fatto accaduto, quella frase detta o l’atteggiamento di una persona si radicano in qualche ganglio del tuo cervello ,  non sai perché subito, ma prima o poi la memoria ti aprirà il sipario e capirai che la tua coscienza ha agito come un registratore facendoti selezionare quel fatto come importante.

La settimana finì ed io tornai alla mia routine infantile.

Alcuni mesi dopo un giorno a casa ci fu trambusto, papà tornò prima dal lavoro, mamma non c’era e vennero delle amiche ad aspettarla, tornò affranta : Luisa era morta.

La cosa mi fece male e mi spaventò, a quell’età la morte era fuori da qualsiasi mia sfera di accettazione, ma

Il tempo fece ciò che ci si aspetta, passò e lenì i dolori,  mi fece crescere e subdolo, anni dopo,  in un pomeriggio assolato  mi  proiettò come la trama di un film quella settimana passata al mare,.

Compresi di aver assistito al commiato fra due anime che si volevano un bene profondo.

Sono passati quarantotto anni, ma io la canzoncina non l’ho più dimenticata.