Il racconto della settimana dell’Officina delle parole, laboratorio di scrittura di Vincenza Alfano, presso la libreria Iocisto, è di Ilaria Pagano, che si cimenta in un esordio sapiente, raccontando l’inevitabile intreccio tra letteratura e vita. La sapienza tecnica si unisce all’emozione autentica che arriva forte al lettore.

Il racconto concorre all’assegnazione della targa Napoliflash2019 per il testo dell’Officina più letto e cliccato. Per votarlo basta un like.

Parole mute

Ilaria Pagano

Un respiro, due respiri. Sedeva ai piedi di un albero dal tronco nodoso, la sabbia fine sotto le sue gambe.

Tre respiri, quattro respiri. Davanti a sé, la distesa blu del mare, e il cielo stinto della sera, ancora intriso di rimasugli di tramonto.

Cinque, sei respiri, sette. Le succedeva così, ogni tanto, quando sentiva l’ispirazione. Aveva già con sé penna e quaderno.

Otto, nove respiri. Ad ognuno di essi, il profumo del mare le entrava sempre più giù nei polmoni, mentre una brezza le baciava il viso.

Decimo respiro. Scoppiò a ridere: le era venuto in mente un personaggio di un video game, che scriveva come lei, e che quando la sua sete di sangue si faceva sentire, respirava affannosamente. “Ok, ok, ho capito: so cosa fare”.

Si apprestò quindi a scrivere qualcosa. Quando, dal nulla, spuntò fuori lui: – Ciao! – disse, gioviale come sempre. La ragazza chiuse di scatto il quaderno. Se n’era accorto? Se n’era accorto che era diventata tesa, come una corda di violino? Quasi sicuramente no, visto che si sedette vicino a lei come se niente fosse.

Lei gli sorrise a labbra chiuse: – Ciao. – disse. Poi nessuno aggiunse nient’altro. Guardò il libriccino sulle sue gambe. In quel quaderno, stava tessendo l’eulogia di quella musa che si era appena seduta accanto a lei. E non lo stava neanche facendo apposta. Di solito, quando aveva un quaderno per le mani, sapeva cosa ci sarebbe finito dentro. Ma non quella volta. Osservava i suoi sentimenti per lui riversarsi in quelle pagine come un fiume di sangue, goccia dopo goccia. In un quaderno che non era stato comprato per quello scopo. C’era davvero materiale compromettente, là dentro. L’avrebbe disintegrato, se avesse potuto.

– Fra poco è pronto. – disse lui a un tratto. Fu colta di sorpresa, ma non si scompose. Annuì: – Chi ha cucinato? – chiese. Guardavano insieme le stelle accendersi, nel cielo sempre più blu. Cielo cui lui alzò gli occhi: – Lo sai. – .

Facevano a turno ai fornelli, nel gruppo, tutti. Lei annuì di nuovo, sorridendo. Le scappò da ridere. La risata contagiò il ragazzo, e finirono a ridere insieme.

– Tanto poi c’è il gelato. – commentò.

– Ovvio. – rispose lui, un’alzata di sopracciglia. Quindi si mise in piedi, e l’aiutò ad alzarsi. Lei lo guardò: nella classifica delle poche persone che non riusciva a guardare negli occhi, lui si collocava nei posti alti: – A posto? – chiese. Lei annuì, e andarono. Parole che fuggivano dalla bocca e scivolavano fra le pagine.