Non è poi così lontana la guerra. Sempre diversa in ogni epoca eppure così dolorosamente uguale. Occupa la memoria, la imprigiona. Basta una lettera per restare legati per sempre al passato, a chi abbiamo amato. Così Lucia Montanaro, autrice del racconto di questa settimana dell’Officina delle parole, ci conduce, con uno stile asciutto ed essenziale, in un ricordo rarefatto di chi non ha più trovato pace col suo passato. La fuga è necessaria.

Il racconto concorre all’assegnazione della targa Napoliflash 2018. Si vota con un like.

Lettere dal fronte

Lucia Montanaro

Napoli, 4 aprile 1967

Il morbido sofà sembrava inghiottirla, cuscini deformi accoglievano zia Marta lasciando pochi indizi della sua presenza nella grande sala. Gli occhi smarriti oltrepassavano la finestra creando una linea immaginaria che accompagnava il suo sguardo lungo il vialetto, fino alla grande cassetta della posta. I peschi in fiore custodivano i ricordi riparandoli di ombra tiepida.

-Dolce Marta, dopo due settimane di trincea sono alla base, credevo d’esser morto. Piove, l’acqua ristagna nel buco, mescolandosi allo sporco che riveste il mio corpo. L’attesa è più dura della battaglia, l’attesa ha il sapore acre della paura. La fame mi spinge a guardare fuori, verso le retrovie, spero di scorgere un compagno in aiuto ma trovo il niente, solo desolazione e rottami, fili spinati ammassati, rifiuti, escrementi e corpi, tanti corpi in decomposizione, brandelli di carne senza domani. Dolce Marta, il ricordo di te mi accarezza, il tepore del tuo corpo, il tuo alito profumato, in mezzo al nulla, in mezzo alla morte, tengono in vita questo cuore molle. Il corpo fradicio è scosso da convulsioni, mi sento debole, ho paura di chiudere gli occhi, restami accanto. Ho provato a raggiungere il miraggio, un tuffo cieco verso la speranza, un attimo dopo il buio, lungo e solitario. Ti sento addosso, piccolo palpito di vita.

 L’odore del disinfettante è forte, apro piano gli occhi, le mani cercano tutti i pezzi di me, sono ancora vivo, miracolosamente per te. Ancora pochi giorni e tornerò a essere un soldato, pieno di te, ti bacio con tutto l’amore.

Le spazzolavo i lunghi capelli spenti cercando di portarla a noi, la sua mente vagava e il suo corpo si lasciava condurre dalle mie cure, aveva un sorriso sereno e una perenne aria sognante, i suoi occhi, veloci e voraci, alla continua ricerca di lui, il suo sguardo in attesa perpetua della sua missiva.

-Dolce Marta, la speranza di rivederti si fa lieve, avanziamo lentamente lasciandoci intorno devastazione e morte, il freddo e la fame ci attanagliano. Eseguo ordini senza fierezza, ho ucciso un uomo!

Gli occhi pieni di lacrime non trovano più un senso a questa delirante mattanza. Il mio animo è sporco di sangue innocente, sento nelle vene il gelo di grumi fetidi, il profumo di talco del tuo corpo non riesce ad addolcire il rancido che mi ricopre, ti sento lontana, pura e intatta come una bambola di porcellana.

4 Novembre 1917, Passo dell’Adamello

  Prima linea di trincea, il fiato nemico sul collo, mi sollevo cercando con lo sguardo la via di salvezza, è il tempo della resa, è il tempo della pace.

Non importa da dove arriveranno i colpi ma scelgo di guardarli in faccia, tiro dritto, avanti, verso la terra di nessuno, è un attimo, due raffiche veloci illuminano la notte.