I “Posteggiatori”, arte e tradizione di una Napoli che fu

La “Posteggia” potrebbe far risalire la sua origine al greco Rapsodo, ai latini Jaculatores, ai medioevali Trovieri e Menestrelli. Essa è, insomma, l’erede degli antichi cantori girovaghi, che portavano dalla Corte e dal Castello i canti al popolo dei borghi e delle campagne e, viceversa, i canti del popolo alla Città ed alla Corte.
I posteggiatori sono figure inscindibili dalla storia e dalla cultura di Napoli: per sette secoli menestrelli, musici e cantori hanno vissuto tra il Vesuvio e il mare, spesso viaggiando in paesi lontani per poi tornare ricchi di bei ricordi ma sempre poveri di risorse economiche. Le origini e lo sviluppo della canzone napoletana sono legati a filo doppio con l’arte di strada dei posteggiatori, umili e sconosciuti propagatori di poesie e melodie non di rado destinate all’immortalità. La loro arte ha punteggiato i secoli d’oro della canzone di Napoli. Certo i posteggiatori napoletani furono gli strenui rappresentanti di una tradizione che ebbe un posto incancellabile nella storia delle espressioni poetiche e musicali della cultura popolare dell’Europa mediterranea” (da Mimmo Liguoro I posteggiatori napoletani).
Questo era un atteggiamento tipico da “posteggiatore” prima, durante e dopo un’esibizione: “Signurì buongiorno eccellenze. Con insistenza, all’apparire della mia presenza addò nisciuno me penza, faccio appello alla vostra indulgenza e dimostratemi ‘nu poco ‘e benevolenza…. Signure e signurine, ledi e milòrd, aggiate pacienza cacciate ‘nu sòrd, pe chi nun tene na lira ‘e spicce: ci’hanna ascì ‘e bbolle ‘ncopp’’o sasiccio!”.
Ai suonatori di tradizione, il nome di Posteggia, un po’ infastidiva: avrebbero senz’altro preferito essere indicati con “i professori”, come fece generosamente Giovanni Gaeta (E.A.Mario) nella sua famosissima canzone “Dduje paravise” (ndr: dduje viecchie prufessure ‘e mandulino, ecc.), ma la borghesia li ha sempre considerati musicisti di seconda classe. L’appellativo dato a questi musici erranti e/o ambulanti deriva dal verbo “posteggiare” (nel senso di… tenere il posto) e/o da “posto” (nel senso di… fisso).
Promesse di matrimonio, i matrimoni stessi, battesimi, compleanni, ricorrenze e promozioni erano le occasioni di lavoro più comuni e remunerative: Conoscenze elementari di musica, stiracchiate melodie sul mandolino e/o flauto, un filo di voce bene intonato e tantissimo cuore nelle interpretazioni; questi gli ingredienti necessari alla posteggia.
Aggiungete poi alcuni fattori esterni quali: L’ospitalità della taverna, gli splendidi tramonti, la Luna d’argento, la pace delle campagne soleggiate oppure il fresco della sera, i buoni cibi, l’ottimo vino e… capirete perché nessuna donna, italiana o straniera che fosse, sia mai riuscita a resistere al fascino di Gegè, Pinuccio, Totore, Pascalino; insomma di… Napoli.”. (Posteggiatori di Napoli di Giulio Iervolino).
La città diventava il regno dei posteggiatori: artisti ambulanti, trovatori e poeti che «campavano» con un pugno di note e di accordi. Da Posillipo a Santa Lucia, non c’era ritrovo che, per invogliare la clientela, non proponesse una parentesi musicale. Persino Enrico Caruso cantava le prime volte sulla loggetta di uno stabilimento di Via Caracciolo e si esibiva durante le domeniche estive nelle ville dei napoletani benestanti, tra il Vomero e Bagnoli, e sulle rotonde degli stabilimenti.
Cantanti e suonatori erano ingaggiati dai proprietari per intrattenere i clienti che attendevano il proprio turno per occupare la cabina oppure chiacchierare dopo il bagno. Alla fine dell’esibizione gli artisti potevano anche scendere in spiaggia e mescolarsi ai bagnanti che si godevano il mare.
Lo scrittore Guglielmo Peirce ricorda un musicista che vendeva per poche lire i suoi «motivi», dicendo: «Io mi vendo l’anima di Napoli. Vendo il mio cuore, il mio fiato, la mia vita a pezzetti. Una volta è un fruscio degli alberi di mandarini del Vomero; una volta è il mare che sbatte sugli scogli di Mergellina. Quando avrò esaurito le scorte morirò. Non mi vedrete più. Vorrà dire che me ne sarò andato. Oggi mi vendo questo mare. State a sentire». E accennava un accordo di chitarra.

di Carlo Fedele