L’indice dei Paesi emergenti nasce alla fine degli anni ottanta.

La Banca Mondiale cercava di canalizzare capitali di investimento verso quei paesi che venivano considerati ancora “non sviluppati”.

Così nel 1986 circa 50 milioni di dollari arrivarono in quelle aree grazie ad investitori istituzionali. Nel 1987 nasce l’MSCI Emerging Market Index.

La maggior parte di quei paesi si trovava in Asia o in zone di frontiera e la loro economia si basava per lo più sull’esportazione di materie prime. Molti di essi non permettevano l’ingresso di capitali stranieri e lo stesso scambio di titoli risultava poco liquido a causa della carenza di attori sul mercato.

Oggi l’MSCI EMI comprende 27 Paesi: Argentina, Brasile, Cile, Cina, Colombia, Repubblica Ceca, Egitto, Grecia, Ungheria, India, Indonesia, Corea, Kuwait, Malesia, Messico, Pakistan, Perù, Filippine, Polonia, Qatar, Russia, Arabia Saudita, Sud Africa, Taiwan, Tailandia, Turchia and Emirati Arabi Uniti.

Il peso di ogni paese non è lo stesso. Circa il 70% dell’indice è asiatico.

La composizione per settore si è ampliata lasciando le materie prime intorno al 12% , grazie allo sviluppo tecnologico e alla nascita di un prospero mercato interno di consumi.

Le caratteristiche principali dell’indice le trovate nella tabella seguente che specifica il numero di titoli presenti e la capitalizzazione di ogni segmento tra grandi, medie e piccole aziende, nonché i titoli che pesano di più

Ma quanto è diverso l’indice dei Paesi emergenti da altri indici azionari?

La peculiarità dell’aerea emergente sta proprio nella sua velocità di cambiamento.

Mentre i mercati maturi, come quello Americano o Europeo, si muovono in range storicamente simili (crisi a parte), l’indice dei paesi emergenti è soggetto a volatilità più ampie per la natura diversa dei paesi che lo compongono e per la velocità con cui si muove l’economia in determinate zone.

Inoltre per lungo tempo il mercato dei Paesi Emergenti si è mosso in controtendenza rispetto a quelli maturi ed è stato utilizzato per diversificare e contenere i rischi geografici.

Con la Globalizzazione questo fenomeno di decorrelazione si è diluito, ma in generale quando il dollaro scende (economia USA in difficoltà) questi mercati fanno meglio.

Investire nei Paesi emergenti permette nel lungo termine rendimenti più alti della media degli altri mercati azionari, ma anche molta volatilità in più, ecco perché è sempre molto importante stabilire quale porzione del proprio capitale investire in questi mercati, e soprattutto con quale tecnica (piano di accumulo o versamento unico).

Marianna Genovese – Consulente Finanziario certificato EFPA

mariannagenov@gmail.com

Per consultare gli altri articoli del corso di educazione finanziaria clicca qui