Un amico di infanzia, nel rivedermi dopo tanti (e non dirò quanti!) anni, mi fa:

“Certo, passa il tempo, ma certe cose restano le stesse! Parli e ti muovi proprio come quando eri bambina!”.

La mia prima reazione, di compiaciuta vanità, è stata subito rimessa in riga da una di quelle compulsive considerazioni da docente, pronte a venir fuori quando meno te lo aspetti.

L’epifania del momento mi ha suggerito questo: quello che vediamo come un “ancora”, come una “sopravvivenza” dei tratti dell’individuo bambino in un individuo adulto, in realtà, non è che un “già”, di ciò che compare nel bambino, ben prima che si trasformi in adulto.

E questa idea mi ha urlato nella testa una sola verità: il bambino deve cominciare a capire chi sarà da grande, non è troppo presto. E il compito della scuola è quello di aiutarlo in questa strana caccia al tesoro, con un concreto processo di personalizzazione dei percorsi degli apprendenti che segua queste tappe: osservazione dell’alunno, valorizzazione delle sue specificità, presa di coscienza da parte del bambino.

Il fatto che ci abbia pensato io, in quel momento, potrebbe aver fatto e fare la differenza per me e per pochi altri.

Ma se ci pensasse un insegnante della scuola primaria, cento insegnanti della scuola primaria, e non solo nel momento di rivedere i propri ex alunni, ormai già belli, cresciuti e pasciuti, ecco, questo potrebbe fare la differenza.

Mettiamola così: si tratterebbe di una sorta di orientamento in itinere. Né in entrata, né in uscita.
Perché l’orientamento non deve nascere e morire solo alla vigilia dell’iscrizione a questo o a quel corso di studi, o a questa o quella facoltà universitaria. Deve essere, invece, una strada segnalata tramite indicazioni provenienti dall’esterno e percorsa con un bagaglio crescente di nuove consapevolezze.

Insomma, i docenti dovranno cercare di abituarsi all’idea di intendere i propri piccoli alunni come degli individui giovanissimi posti all’ingresso di un labirinto, dal quale usciranno solo quando saranno già adulti. Omini che, per trovare l’uscita, dovranno prima riconoscere, poi affinare e poi impiegare al massimo le proprie capacità.

Ma non si dovrà dire loro che, quella dell’uscita, è solo una storiella inventata, e che, il vero scopo, non è di trovare la strada che porti fuori dal labirinto, ma quella che produca felicità e che consenta di mantenerla.

Non servirebbe loro da stimolo. Non conoscono troppo bene cosa sia il dolore, e la felicità è un’idea molto semplice, alla loro età. Il bianco sulla tela di un pittore deve contrastare con le tenebre, per apparire come luce.

Noi, però, nel frattempo, facciamoci una promessa: vediamo sempre meno “ancora” nei nostri ex alunni, e sempre più “già” in quelli che abbiamo in classe.