Arrivati a pochi giorni dal termine delle lezioni in “modalità didattica a distanza”, dopo aver subito mesi e mesi di commenti infondati-insensati-inutili su tale pratica, mi torna alla memoria un ricordo altamente significativo della mia vita, che credo possa rispondere a quelle illazioni molto meglio di quanto potrei fare io stessa.

Mi dovete, però, concedere il tempo di una premessa.

Ho avuto il privilegio di nascere nei tanto splendidi quanto terribili Campi Flegrei.

Avevo otto anni quando mi si presentarono in tutta la loro inedita e straordinaria potenza.

Avvertii, per la prima volta, una scossa bradisismica.

La prima di quelle infinite scosse bradisismiche che il meraviglioso mostro avrebbe avuto in serbo per me, negli anni.

Fu forte? La gente si riversò in strada? Gli edifici riportarono danni?

Non chiedetemi nulla di tutto questo. Solo un dettaglio, uno solo, ha preso il sopravvento sugli altri, nella mia memoria e nella mia anima. Il sorriso di mia nonna.

Cioè, tu sei seduto in groppa ad un cavallo scatenato, in un rodeo sismico dall’imprevedibilità assoluta, che ti sarebbe potuto cadere il soffitto in testa in una frazione di secondo, che saresti potuto precipitare al piano di sotto ingoiato da una voragine in qualsiasi istante. E poi, niente. Arriva il sorriso di tua nonna.

Anche chi non abbia avuto l’immenso onore di entrare in contatto diretto con la brillante intelligenza della madre di mia madre, non stenterebbe ad intuire l’immensa portata di quell’enorme trattato di psicologia infantile quale fu il sorriso di mia nonna.

“Di nuovo la solita scocciatura! Ci risiamo: qualche saltello, poi si ferma, e non succede niente! Continuiamo a fare le nostre cose, senza allarmarci. Ci siamo noi, qui, e andrà tutto bene.

Questo era ciò che si leggeva tra le “fossette” di mia nonna (che io, modestamente, ho ereditato) e le sue labbra tese, in quel sorriso schietto e pieno di determinazione e di accudimento.

Erano gli anni Novanta, ed era ancora vivo il ricordo dei devastanti fenomeni bradisismici che avevano costretto migliaia di persone ad abbandonare le proprie case, e a non potervi più fare ritorno. Ma io non lo sapevo, e non dovevo iniziare a saperlo proprio allora. Era un testimone che non era proprio il caso che passasse a me giusto in quel momento, nella staffetta senza sosta delle generazioni.

Perché questo episodio, di per sé, dovrebbe poter rispondere ai commenti infondati-insensati-inutili di cui sopra? O, meglio, a quali di quei commenti potrebbe rispondere, in particolare?

Ad esempio, a quelle illazioni di taluni individui che hanno pensato bene di indicare come “ingenuamente visionario”, per dirla così, l’approccio ostinato, vitale, energico, motivato e motivante di migliaia di docenti che hanno elaborato prima, e trasmesso poi, l’immagine di una didattica a distanza come di un’opportunità da cogliere, piuttosto che di una pena da scontare.

E questo non solo perché, noi insegnanti, siamo una categoria geneticamente programmata per rimboccarsi le maniche e a trarre il massimo vantaggio dai mezzi, più o meno esigui che siano, offerti dal contesto. Non solo perché siamo, di natura, laboriosi e creativi, e partiamo dall’idea che qualunque cosa si debba fare, la faremo bene.

Ma soprattutto perché, seppure fossimo stati schiacciati dalle preoccupazioni per la nostra salute e per quella dei nostri cari, o dall’inaccettabilità del paradosso dell’insegnare a distanza, (perché crediamo in una comunità, e non in una community, scolastica – chissà se i troppi Cappellai Matti spara-assurdità del web lo capiranno mai) non avremmo potuto in alcun modo cedere allo sconforto, perché essere insegnanti significa essere punti di riferimento, essere capitani. Sempre. Facile esserlo se il vento è forza 0. Difficile, durante una tempesta mai affrontata prima.

E tutto questo perché un giovane non giudica gli eventi sulla base della loro reale gravità, semplicemente perché non ha strumenti né scale per poterli giudicare. Non ha termini di paragone. Ha vissuto troppo poco! La gravità o la non gravità è percepita quasi ed esclusivamente da come “i grandi” interpretino ciò che accade. Se un adulto non si spaventa, se uno che ne ha viste tante, nella vita, non si spaventa, significa che, allora davvero non c’è motivo per spaventarsi. Se succede il contrario, beh, allora, si salvi chi può!

Ecco perché il sorriso di mia nonna. Ecco perché il nostro, di sorriso. Sebbene filtrato da una webcam e ricomposto nelle migliaia di piccoli, piccolissimi puntini iridescenti di uno schermo.

Noi tutti, questa volta, abbiamo detto: “Continuiamo a fare le nostre cose, senza allarmarci. Ci siamo noi, qui, e andrà tutto bene”