Vi ricordate l’istante esatto in cui avete imparato ad andare in bicicletta?

Intendo dire, proprio quel preciso momento, di quel preciso giorno, in quel preciso posto in cui siete riusciti nella più mirabolante impresa dell’infanzia?

Io sì. Ricordo esattamente tutto.

Non fosse altro perché avevo ventinove anni.

Sì, un’adulta bella e vaccinata, nel pieno della proprie facoltà di assaporare quel travolgente momento di libertà consapevole.

Quell’anno, per giunta, il destino si mise così tanto di impegno da farmi diventare anche docente di ruolo. Insomma, intollerabilmente anziana come biker, encomiabilmente giovane come insegnante.

Quale, tra i due, il vero miracolo?

No, non pensate che, il mio, sia il mero sfogo di una ciclista tardiva in vena di confessioni su un passato non motorizzato esclusivamente bipede. Arrivo subito al punto, dicendovi che quel miracolo di meccanica, fisica e cinetica vissuto in età adulta trasformò la bicicletta, ai miei occhi, nell’antidoto che avrebbe salvato la scuola.

Classi di ogni indirizzo, ordine e grado sarebbero state salvate da quello strambo veicolo dalle ruote sproporzionate, purché ci fosse stato ancora un insegnante disposto a ricordarsi cosa avesse significato, per lui, imparare ad andare in bicicletta.

Pensiamoci un attimo.

Cosa può mai spingere un bambino ad apprendere a governare quel diabolico aggeggio circense, a pedalare nonostante sia sicurissimo che la sua testa, prima o poi, andrà a schiantarsi contro il primo albero a portata di tempia?

Come si fa a sapere che, ad un certo punto, quel manubrio orgoglioso comincerà a dimenarsi come un folle, pur di non vivere l’umiliazione di due piedi appoggiati a terra, ma solo l’ebbrezza di quella pedalata cadenzata e stabile, già inscritta nell’ordine naturale delle cose di chi, ormai, ha imparato e, proverbialmente, per sempre?

Merito del DNA? O, forse, di doti di preveggenza?

Nulla di tutto ciò. I bambini imparano ad andare in bicicletta semplicemente perché tanti altri bambini come loro lo hanno già fatto. E che, in più, quando lo fanno, hanno tutta l’aria di spassarsela come matti, carichi degli accessori più vari, di luci, lucine, catarifrangenti, trombette, speranze, gioie, spalle rosse di sole.

In buona sostanza, tutto il mondo complotta affinché il bambino percepisca l’andare in bicicletta come la cosa più naturale del mondo, imbastendo l’ennesima profezia pronta ad avverarsi puntualmente. E se ciò non avviene, è perché quel potentissimo elisir di elementi super motivanti, passati di generazione in generazione,  non arriva tutto intero.

E se, quello stesso bambino, messo davanti alla stessa bicicletta, non avesse mai visto nessuno andarci sopra? O se, al contrario, l’avesse vista utilizzare solo da grigi adulti imbronciati, unicamente intenti a raggiungere il proprio noioso posto di lavoro? Sarebbe ugualmente disposto a sottoporsi alle stesse sensazioni di pericolo, di rischio e di insuccesso?

Facciamo accomodare in classe questo interrogativo.

Siamo sicuri che, su un alunno, un sapere prospettato come qualcosa di trascendentale, di dominio quasi esclusivo ed inarrivabile di chi è al di qua della cattedra, sgravato unicamente a colpi di uteri di carta e placente di inchiostro, sia veramente efficace?

Quali sarebbero gli effetti, invece, di una realtà proposta come una terra assolata, conquistabile, edificabile ed accessibile da parte degli apprendenti e di chi li ha preceduti?

Perché non prospettare un mondo futuro in cui potercela fare è la norma, invece di seminare timore verso la figura del docente con la scusa di voler favorire il rispetto verso la materia che insegna?

Un consiglio per i colleghi docentocentrici. Metteteci più luci, lucine, catarifrangenti, trombette, speranze, gioie, spalle rosse di sole, nelle vostre lezioni.

I vostri alunni vi ringrazieranno.