Gomorra, la serie televisiva ispirata al libro di Roberto Saviano e da lui ideata, è senza dubbio un prodotto italiano altamente competitivo. La serie è ambientata nella periferia di Napoli, più precisamente a Secondigliano, e si parla delle gesta di clan camorristi, fra cui quello protagonista, cioè quello dei Savastano.

Essa possiede tutti gli ingredienti giusti per essere una delle migliori produzioni al mondo: dalla regia, alla sceneggiatura, al montaggio, alla fotografia, ai dialoghi ridotti all’osso e all’evoluzione dei personaggi. Un mix perfetto che ci rende finalmente orgogliosi di un prodotto made in Italy dopo anni di serie-spazzatura.

Gli episodi ci immergono in una porzione di realtà partenopea, quella di una città-quartiere logorata dall’infiltrazione della camorra. La serie lo racconta perfettamente, rispettando le vicende affrontate nel romanzo, e proprio per questo, le scene più crude colpiscono emotivamente. Scene che raccontano la brutalità di chi uccide, la corruzione politica, la malavita impregnata nei giri d’affari; scene che ci trascinano nell’abisso più nero dell’animo umano: i padri che uccidono i figli e i figli che ammazzano i padri. Questo è il racconto. Questo è dove porta la furia di potere.

I personaggi sono intensi, veri, concreti, cinici che con la loro cadenza sporca, volgare, dialettale e cruda si ha la sensazione della parlata vera, di essere tra i vicoli dei quartieri.

La riuscita di Gomorra è dovuta anche alla sua capacità di far legare lo spettatore agli anti-eroi che, però, proprio per questo è stata al centro di molto polemiche. La serie è stata accusata di essere un’esaltazione e insulto della città di Napoli nonché cattivo esempio per i giovani.

La lettera degli ematologi a Roberto Saviano

Il 29 marzo su Sky Atlantic sono stati trasmessi i primi due episodi della quarta stagione. Si è azzerato tutto. Genny Savastano con la morte di Ciro, detto l’Immortale, decide di gettarsi nel mondo dell’autoimprenditorialità per proteggere il figlio, Pietro, da quel mondo senza remore. Ma come ci hanno insegnato le stagioni precedenti, questo farà scoppiare l’ira di qualcuno.

Tutto perfetto già dai primi episodi se non per qualche polemica. Alcuni ematologi scrivono una lettera per contestare una vicenda descritta nel secondo episodio di questa quarta stagione: “Caro Saviano, sui trapianti Gomorra ha sbagliato. Per operarsi in Italia non serve Genny Savastano. Nel mondo devastato e devastante di Gomorra, tutto ha un prezzo e spesso questo prezzo è la morte. Il racconto che l’appassionante fiction di Sky fa dell’ambiente criminale legato alla camorra napoletana, segue le parabole umane dei suoi personaggi principali (Genny Savastano su tutti) e dei tanti personaggi minori, tutti funzionali alla trama – spiegano i tre specialisti del Policlinico di Milano, centro di chirurgia del fegato di Pisa e del Policlinico di Bari – La narrazione è avvincente, fedele alla regola del ‘saliscendi emozionale’ che tiene avvinto lo spettatore grazie anche al succedersi dei momenti di azione pura. Tra un’auto-bomba e un’esecuzione a colpi di pistola, capita che si parli di trapianto di fegato. E non per caso. Nel secondo episodio andato in onda venerdì 29 marzo, il tema del trapianto di fegato diventa un vero e proprio ‘snodo narrativo’ – prosegue la lettera dei tre esperti di Epateam – Purtroppo però se ne parla male, assoggettando alle cosiddette ‘esigenze di sceneggiatura’, una narrazione improbabile e poco verosimile. Non è assolutamente verosimile che la giovane mamma ricoverata in una struttura pubblica perché gravemente ammalata di cancro al fegato, per operarsi debba pagare cifre iperboliche, oppure in alternativa rivolgersi al mercato nero degli organi e andare a operarsi all’estero. In Brasile nel caso specifico. Tutto ciò, oltre che non plausibile, oggi in Italia rappresenta un falso. E pure piuttosto grave. Spiace dirlo, ma il team di sceneggiatori guidato da Roberto Saviano avrebbe potuto (e dovuto) documentarsi meglio, nella consapevolezza che il messaggio che affiora è totalmente negativo e finisce, purtroppo, per risultare fuorviante rispetto alla realtà del Paese e a una comunità – quella dei trapianti e delle donazioni di organo – che coinvolge centinaia di specialisti considerati un’eccellenza del Paese, e migliaia di italiani che lavorano per incrementare la cultura del dono di organi”.