Neapel ist ein Paradies, jedermann lebt in einer Art von trunkner Selbstvergessenheit.”

“Napoli è un paradiso, tutti vivono in una sorta di ubriaca dimenticanza di sé.”

Per molte persone ci sono viaggi da cui non sanno più ritornare, perché l’esperienza li cambia così drammaticamente, che dissesta la loro percezione di se stessi e della realtà che ci circonda. Per Goethe, come per Odisseo, il viaggio in Italia e a Napoli in particolare, è stato proprio questo. Tra i turisti aristocratici del XVIII secolo, era considerato necessario visitare l’Italia per completare il proprio percorso formativo, la propria istruzione. Così Goethe, sin dalla fanciullezza sente questa necessità. Suo padre, giurista di grande cultura, era sceso fino a Roma, portando indietro dal suo viaggio ricordi indelebili, stampe romane ed una piccola gondola per il figlioletto. Ma più di tutto questo, è vivo nello scrittore tedesco il desiderio che tale viaggio lo aiuti a scoprire, e a conoscere se stesso attraverso ciò che avrebbe visto: “Io parto in questo viaggio meraviglioso non per ingannare me stesso, ma per imparare a conoscere me stesso”. E Goethe vuole vedere e fare esperienza dell’antico, della geografia in cui quell’antico si è sviluppato e della natura dei popoli che lo hanno creato. Tuttavia, ciò che lo colpisce, mentre cerca le origini della civiltà occidentale, è altro. Perché il popolo di oggi non è quello dell’antichita’, trasformato da un oceano di tempo ed ondate di culture diverse.  Così  assetato di conoscenza, e reso vulnerabile dal distacco con la realtà tipico dei viaggiatori, più Goethe scende verso sud e più il carattere degli italiani cambia e lo sorprende. È affascinato dal loro modo di trascorrere il tempo libero e coltivare il piacere.

E infatti fino a Roma, Goethe resta solo spettatore del suo viaggio. Fino a li si limita ad osservare. Finché non arriva a Napoli. Dove tutto cambia: Basta girare per le strade e aprire gli occhi per vedere spettacoli inimitabili.” Scrive l’autore tedesco. “Sul molo, uno dei punti più rumorosi della città, vidi ieri un Pulcinella: in piedi su di un assito, era intento a litigare con una scimmia, mentre su un balcone sovrastante una gran bella figliuola faceva offerta delle sue grazie; vicino al palco della scimmia un medicastro magnificava i propri specifici, rimedio per tutti i mali, davanti a una folla di baggei. Raffigurato da Gérard Dou, un quadro del genere avrebbe potuto mandare in visibilio contemporanei e posteri.”

Anche il tono dei suoi scritti cambia, non è più distaccato quasi da insegnante:”Oggi mi sono dato alla pazza gioia, dedicando tutto il mio tempo a queste incomparabili bellezze…Roma in confronto a Napoli è come un vecchio monastero mal situato”. Confessa lo scrittore. È catturato dal “temperamento apparentemente felice” di chi ha fatto del “carpe diem” una filosofia di vita.  E comincia a prender parte a questo modo di vivere. “Napoli è un paradiso” scrive. “Tutti vivono in una specie di ebbrezza e di oblio di se stessi. A me accade lo stesso. Non mi riconosco quasi più, mi sembra di essere un altro uomo. Ieri mi dicevo: o sei stato folle fin qui, o lo sei adesso”. Perché Goethe è Odisseo e Napoli è l’isola dei “mangiatori di loto”, un luogo dove gli abitanti trovano il modo di proteggersi anestetizzandosi dai “malaise” della vita attraverso un vivere edonistico, un vivere alla giornata, una finta spensieratezza, dimenticando se stessi per non doversi affrontare o per non dover affrontare la realtà. “Il sonno è ciò che i Siciliani vogliono, ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare, sia pure per portar loro i piú bei regali”. Avrebbe risposto Giuseppe Tommasi di Lampedusa, due reazioni diverse allo stesso problema di fondo.
Ed e’ proprio l’esperienza siciliana ad attenuare gli eccessi napoletani, l’isola e la sua lussureggiante natura lo fagocitano facendolo perdere nei suoi profumi e nelle sue atmosfere. “Senza vedere la Sicilia non ci si può fare un’idea dell’Italia. È in Sicilia che si trova la chiave di tutto”, scrive Goethe al termine della sua esperienza sull’isola.

Di ritorno a Napoli mette giù pagine per il “Teutsche Merkur“; testimonianza nota e molto attuale ancora oggi, dove riesce in parte ad afferrare l’essenza dello spirito mediterraneo. Descrive i “lazzaroni”, i fannulloni tanto denigrati dai pregiudizi del Nord, ma in realtà, secondo l’autore, essi vivono e lavorano in modo diverso. “tutti quelli che non s’arrabattano a lavorare per l’intero santo giorno” spiega lo scrittore, lavorano per vivere e non vivono per lavorare. “Noi giudichiamo troppo severamente le popolazioni del Sud, alle quali il cielo sorride tanto benigno. (…) Il cosiddetto lazzarone tutto sommato non è per nulla più ozioso che il suo simile delle altre classi. Tutti, a modo loro, non lavorano soltanto per vivere ma per godere e tutti badano a ricrearsi persino nel lavoro della vita”. Commenta Goethe.

Nelle parole stesse dello scrittore tedesco: “(…)Oggi era anche la festa di san Giuseppe, patrono di tutti i frittaroli, cioè dei venditori di pasta fritta, beninteso della più scadente qualità. E poiché sotto il nero olio bollente arde di continuo una grande fiammata, della loro sfera fa parte anche il tormento del fuoco; perciò iersera avevan fatto, davanti alle loro case, una parata di quadri di anime del purgatorio e di giudizi universali entro un lingueggiare e divampare di fiamme. Sulle soglie delle case grandi padelle erano poste su focolari improvvisati. Un garzone lavorava la pasta, un altro la manipolava e ne faceva ciambelle che gettava nell’olio fumante. Un terzo, vicino alla padella, ritraeva con un piccolo spiedo le ciambelle man mano ch’eran cotte e con un altro spiedo le passava a un quarto che le offriva agli astanti; gli ultimi due garzoni erano ragazzotti con parrucche bionde e ricciute, che qui simboleggiano angeli. Alcuni altri completavano il gruppo mescendo vino ai la mercanzia; tutti gridavano, anche gli angeli, anche i cuochi. Il popolo faceva ressa, perché in questa serata tutti i fritti si vendono a poco prezzo e una parte del ricavo va persino ai poveri. Scene simili potrei raccontarne a non finire; e ogni giorno succede lo stesso, sempre qualcosa di nuovo e d’incredibile, basti pensare all’immensa varietà delle vesti che si vedono per la strada, alla folla di gente nella sola via Toledo! E insomma, se si vive in mezzo al popolo non mancano mai occasioni originali di divertimento; la sua naturalezza è tale da rendere naturali anche noi. Ecco per esempio Pulcinella, la maschera nazionale tipica, come l’Arlecchino di Bergamo, come il Giansalsiccia [Hanswurst, nel testo] delle Alpi: Pulcinella, il tipico servo paziente, tranquillo, piuttosto scanzonato, quasi poltrone, eppure pieno d’umorismo; e di simili servitori e domestici se n’incontrano dappertutto. Il servo che avevo assunto oggi m’ha fatto proprio divertire; e sì che tutta la difficoltà era di spedirlo a cercarmi inchiostro e penne. Capiva a metà, tirava in lungo, si mostrava volonteroso e furfante insieme; insomma, una scena cosi spassosa che sarebbe stata applaudita in qualsiasi teatro(…)”

Questa è la Napoli che appare agli occhi di Goethe, ed a quelli di altri viaggiatori a lui contemporanei. Quando tornerà a casa, dopo un altro lungo periodo passato a Roma, come Odisseo tornato ad Itaca, proverà un dolore profondo, che non è la nostalgia delle terre lasciate, ma il dolore provocato da un lutto, per la perdita di se stesso. Goethe, come l’eroe omerico, scoprirà di non essere più lo stesso, che tornare a casa è impossibile, che niente sarà più uguale, perché è lui ad essere cambiato. E come l’eroe greco, anch’egli fallisce nel vero scopo per il quale aveva iniziato questo viaggio, la conoscenza di se stesso e la comprensione che forse casa non è un topos fisico esterno all’individuo, ma è la persona stessa la casa a cui tutti devono prima o poi sempre far ritorno.