Mi sarebbe piaciuto avere il colore dei suoi occhi, la sua calma mi ricordava la marea quando arriva senza preavviso, ho sempre pensato che sia lo spettacolo più bello al mondo.

Non ho molti ricordi di lui, ma ho dei dettagli ben impressi nella mente, come i suoi colori, il suo profumo, il contatto della sua barba sulle mie guance, i suoi baci sulla fronte e sui miei capelli, le sue mani che tenevano le mie, il suo coraggio.

La mia testa sul marciapiede ne ricordo ancora il tonfo sordo provocato dalla caduta, il grigiore di quella strada che si confondeva con il sole,  e due ragazzi che scappavano, le sua braccia che mi sollevavano da terra e poi il nulla dipinto di bianco,  il risveglio sul lettino dell’ambulatorio e lui chinato su di me, il luccicore di  quel luogo, una lacrima ricacciata indietro, il suo sorriso buono e tutto intorno che tornava alla normalità.

No, non ricordo nessun Natale per quanto io negli anni mi sia sforzata di voler a tutti costi immaginare un sereno Natale insieme, ma ricordo di un cappottino rosso con i bordini di velluto bleu, e la mia mano stretta nella sua.

E ricordo quella sera, la sua lucidità mentre lo baciavo per l’ultima volta, aveva camminato tanto nella sua malattia, un cammino durato lunghi quattro mesi, la mia quercia gigante era un fragile arbusto che ondeggiava al primo alito di vento, lo stesso vento che dopo poche ore lo portò via, senza darmi il tempo di narrargli del mio amore, la creazione di un  vuoto che un’intera vita non è bastata a  colmare.

E ricordo quel telefono che squillava, quella voce rotta dal pianto, ed io in quel letto così grande non mio, un dolore così forte che mi squarciava dentro, il mio cuore che si rompeva pezzo dopo pezzo, i miei occhi così stretti e fingere di dormire così da non dover ascoltare mai, e poi quella voce dal suono stridulo, che mi diceva che era morto, finito, le mie mani sulle orecchie, avrei voluto sentire il rumore del mare, le onde che vanno e vengono e si infrangono sulle rocce bianche. Avrei voluto sentire la musica e riporre i miei pensieri in un luogo dove solo lui avrebbe potuto trovarli.

Ricordo i miei pensieri che facevano così tanto rumore, la paura che gli altri potevano scoprirli, aspettavo il momento in cui qualcuno mi avrebbe detto che erano cambiati i piani, che Dio avesse cambiato idea e che non stava accadendo quello che sembrava essere così terribilmente vero. Che i raggi di sole stavano per entrare in quella stanza dove la penombra era come una soffocante coperta d’agosto, mentre dalla finestra scorgevo novembre.

Mi aspettava, così mi fu detto mentre cercavano di costringermi a rispettare le regole dettate dalla forma, ma io fui forte il mio fu un no che non sentiva ragioni,  le voci insistenti mentre mi ordinavano di dare l’ultimo saluto.  Non mi costringerete a vedere qualcosa che non esiste, a farmi credere a questo brutto scherzo, lui  non si sarebbe mai arreso e non mi avrebbe mai lasciato. Ci sono amori che durano per sempre dove il anche il tempo non ha senso,  lui aveva promesso di vincere sempre.

C’era la scuola e gli sguardi di coloro che cercavano di dirmi qualcosa dal suono così inutile.

Mi è sempre piaciuto camminare, immaginare di farlo di fronte al mare, mi dava la possibilità di respirare e ricacciare il dolore in quel posto segreto.  Quel tipo di respiro che ti apre l’anima dove anche il cuore assume un ritmo diverso, è come vivere sempre d’estate.

Mi sarebbe piaciuto avere gli occhi del colore di mio padre.

Breve Biografia

Rosalba Moccia, nasce a Napoli, ma vive ormai da anni in provincia di Caserta. Docente di Scuola Secondaria Superiore ed Educatore extrascolastico, dedica la propria vita alla scrittura. Si occupa da anni di progettazione sociale dove conta numerosi primati per i suoi scritti.   Scrive e pubblica con altri colleghi, dopo una ricerca effettuata sul territorio di Scampia della durata di due anni, “Il Diritto all’Alfabeto – Un’esperienza pedagogica per i ragazzi di Napoli” Editore Giannini, e alcune interviste di taglio biografico per la Testata Giornalistica www.sopralerighe.it, autorizzata numero 270 del 22 novembre 2013 presso il Tribunale di Roma.  Altresì, contribuisce mediante testi scritti a numerosi eventi e seminari in-formativi. Ha esperienze di lavoro presso la Casa Circondariale di Secondigliano e presso l’Ospedale Psichiatrico di Aversa e su altri territori definiti ad alto rischio. Organizza eventi, contribuisce ai contenuti e non di rado  ha rivestito il profilo di relatore e moderatore.