Il 1° dicembre è la giornata mondiale contro l’AIDS, malattia riconosciuta per la prima volta il 5 giugno 1981, quando i CDC di Atlanta registrarono a Los Angeles casi sospetti di polmonite da Pneumocystis carinii in cinque uomini omosessuali. Ma in realtà l’AIDS ha origini molto più antiche, riconducibili ad almeno un secolo fa, come riporta uno studio del 2014. Una perfetta sincronia di fattori storici e sociali in Africa centrale, fu la causa della diffusione globale dell’HIV. Abbiamo incontrato Rodolfo Punzi, direttore del Dipartimento Malattie Infettive ed Urgenze Infettivologiche dell’Ospedale Cotugno di Napoli, al quale abbiamo posto alcuni quesiti su questa malattia, che ogni anno nel mondo uccide migliaia di persone.

Oggi di AIDS si parla, oppure questa malattia fa ancora paura?

Dal punto di vista clinico no, nel senso che la malattia si è notevolmente modificata grazie all’introduzione di farmaci che sono molto efficaci e consentono di cronicizzare la malattia. L’importante è come sempre la diagnosi precoce perché noi sappiamo che circa il 50% delle due infezioni vengono diagnosticate quando il sistema immunitario è compromesso. In quel caso è a rischio la vita stessa del malato, ma oggi parliamo di una patologia che, se diagnosticata in tempo, consente di avere un’aspettativa di vita quasi simile a quella di pazienti sani. Quando si parla di AIDS a volte c’è una paura immotivata rispetto alla prognosi, che oggi si è molto modificata.

Quali sono i canali di trasmissioni più frequenti?

Circa l’80% delle trasmissioni in Italia avviene attraverso rapporti sessuali che, per il 40-50% è riferito a rapporti eterosessuali; mentre per il restante 30% circa a rapporti tra individui dello stesso sesso. Di molto inferiori sono poi le trasmissioni tra tossicodipendenti che, in Campania, ha una percentuale più bassa della media nazionale. Le vie di trasmissione prevalenti sono rappresentante dai rapporti tra uomini dello stesso sesso, che rappresentano circa il 30% delle nuove infezioni. A contrarre maggiormente il virus, oggi, sono gli uomini e in misura molto più ridotta le donne. Rispetto agli anni precedenti l’infezione, tra le donne, avviene maggiormente nella fascia di età tra i 25-29 anni. Se poi analizziamo i dati dei cittadini stranieri, vediamo che le donne contraggono più frequentemente la malattia rispetto agli uomini.

Cosa ci dicono i dati regionali di questa malattia?

In Campania assistiamo, nei centri di riferimento, circa 4 mila pazienti sopravviventi con infezione da HIV o AIDS. Al Cotugno si parla di circa 2.200 – 2.400 pazienti. I dati del 2017 ci parlano di oltre 220 nuovi casi, di cui 120 a Napoli, il resto nelle altre province. Negli anni i dati regionali sono comunque dati abbastanza costanti.

Che percezione si ha di questa malattia oggi. Le persone sono sensibili al tema AIDS?

Oggi c’è scarsa percezione e scarsa informazione da parte dei mass media, delle persone e delle istituzioni, sarebbe auspicabile che si facesse di più.

Parliamo di prevenzione: secondo lei si fa abbastanza oppure le persone sono ancora intimorite dall’AIDS?

La prevenzione passa attraverso l’informazione, per questo bisogna iniziare dai giovani dal momento che l’80% delle infezioni sono legate alla via sessuale, bisogna fare prevenzione. L’unica vera prevenzione sono i rapporti protetti, quindi utilizzare i mezzi di barriera, ovvero il profilattico. Poi andrebbe evitata la promiscuità sessuale o ancora evitare rapporti sessuali in condizioni di equilibrio psicofisico alterato da alcool o sostanze stupefacenti. Questa è la migliore campagna di informazione che si possa diffondere tra i giovani. Dal punto di vista scientifico ci sono dimostrazioni che i pazienti sotto terapia e quindi viro soppressi non infettano più, quindi addirittura c’è una tranquillità maggiore rispetto al passato. Al Cotugno pratichiamo la PREP profilassi pre esposizione e quella post esposizione. La prima viene utilizzata in coppie discordanti, dove un partner è sieropositivo e l’altro è sieronegativo e c’è la possibilità, in caso di concepimento, di assumere farmaci per ridurre di oltre il 90% la probabilità di infettarsi. La profilassi post esposizione consiste invece nell’ipotesi di assumere farmaci per 4 settimane, per ridurre se non azzerare, il rischio di trasmissione quando il partner è sieropositivo.

Quali sono i costi sociali e sanitari di questa malattia in Campania?

Oggi i malati conducono una vita abbastanza normale, nel senso che si tratta di pazienti che sono attivi dal punto di vista lavorativo. L’assistenza viene offerta in prevalenza in regime di day hospital e ambulatoriale; sono pochissimi i pazienti affetti da HIV ricorrono al ricovero in ospedale. Invece la spesa sanitaria per un paziente in trattamento farmacologico, spesso con farmaci generici, parliamo di circa 2-3 mila euro a paziente al mese.