Palazzo Serra di Cassano, istituto di Studi Filosofici di Napoli. L’atmosfera della sala che ospita i convegni è di cristallo, come gli enormi lampadari che pendono da secoli sul pavimento marmoreo. Il giallo ocra domina le pareti alte e il soffitto curvo. Sono le sedie rosse di stoffa e ferro a riportare bruscamente al presente. Quello di Amalia De Simone, Mario De Michele, Domenico Rubio, Nello Trocchia e tanti altri invisibili, o se si vuole, giornalisti d’inchiesta dei territori minacciati dalla camorra che balzano agli onori della cronaca solo nel momento in cui il lavoro di una vita – duro e precario – viene attaccato fisicamente dal potere della malavita.

Di questo si è trattato nell’incontro aperto al pubblico con tema “Giornalisti in terra di camorra, dall’omicidio di Giancarlo Siani a oggi. Quali misure per proteggere la libertà di stampa da interferenze e intimidazioni?”. Organizzato dall’Associazione contro l’illegalità e le mafie “Antonino Caponnetto”, patrocinato dal Comune di Napoli e dall’Ordine dei Giornalisti della Campania – col supporto dell’Associazione Carabinieri di Napoli-ovest – all’evento hanno preso parte: Ottavio Lucarelli – Presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Campania, Andrea Caso – componente della Commissione Parlamentare Antimafia, Maria Antonietta Troncone – Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Santa Maria C.V. e Paolo Itri – Sostituto Procuratore della D.D.A. di Napoli – che tra l’altro nel corso del convegno ha presentato il suo libro “Il monolite, storie di camorra di un giudice antimafia”. Ha moderato Giuliana Covelli, giornalista de Il Mattino.

Se il tema dell’incontro cita espressamente Giancarlo Siani – ucciso a soli 26 anni nel 1985 dai killer dei clan Gionta-Nuvoletta – il Presidente onorario dell’Associazione Caponnetto Alfredo Galasso apre la discussione nominando giornalisti che prima e dopo Siani, hanno perso la vita per gli stessi motivi: aver portato a galla le logiche sistemiche delle mafie e farle di dominio pubblico. Cosimo Cristina trovato morto sui binari di Termini Imerese nel 1960, Giuseppe Impastato fatto saltare in aria nel 1978, Mauro De Mauro scomparso nel nulla nel 1970 e finendo ai giorni nostri con Giuseppe Alfano, ucciso nel 1993. “I giornalisti non vengono colpiti perché risultano isolati. Questo concetto va rettificato. I giornalisti come i magistrati vengono colpiti dalle mafie per opera di prevenzione. Per eliminare alla radice qualsiasi seme di attività informativa che possa inficiare il sistema della criminalità” dice Galasso, che poi chiude con un monito “Le attività di inchiesta vanno svolte senza esitazione, qualunque sia il pericolo”. Dello stesso parere anche Ottavio Lucarelli, Presidente dell’Ordine dei giornalisti della Campania: “Dobbiamo raccontare tutto, bianco e nero. Ma esiste una zona di mezzo, una zona grigia. È quella che colpisce davvero”.

Ad allargare ulteriormente il discorso, con parole molto nette e dirompenti il Sindaco De Magistris, che denuncia le connivenze esistenti all’interno degli stessi apparati di stato: “Possiamo organizzare tanti e tanti altri convegni, ma dobbiamo capire che c’è chi rema contro. Oltre al cancro mafia-politica ne esistono degli altri in Italia. Io stesso durante la mia attività di magistrato ho visto colleghi e giornalisti collusi, che andavano contro quella parte disposta a rischiare pur di portare a termine un’inchiesta. Abbiamo un estremo bisogno di cronisti che vadano alla ricerca della verità, perché esistono anche tritolo e proiettili istituzionali” dice il Sindaco, che poi conclude richiamandosi all’articolo 21 della Costituzione “senza l’indipendenza di magistratura e giornalismo non c’è democrazia”.

In tempi bui per il giornalismo fatto sul territorio regionale e cittadino, dove si scrivono talvolta parole pesanti per 3 – 4 euro ad articolo, c’è da chiedersi quali siano i mezzi a disposizione dei cronisti per difendersi e tutelarsi. Forse pochi, troppo pochi. Puntano il dito contro il precariato del lavoro Nello Trocchia e Domenico Rubio – il primo si è occupato del territorio nolano e dei Casamonica subendo minacce a più riprese, il secondo operante nel comune di Arzano ha subito veri e propri attentati dinamitardi nella sua abitazione. “Il giornalismo ha due grossi problemi: l’accesso alla professione e l’urgenza di uscire dal precariato” dice Trocchia, al quale fa eco Rubiomi sentivo più forte quando sapevo che alle mie spalle c’era una redazione pronta a coprirmi”. Chiaro il riferimento alla mancanza di un regolare contratto che inquadri il cronista come dipendente di un giornale e non come un collaboratore occasionale.

Pesanti anche le lacune del sistema legislativo, che non prevede nessuna sanzione per l’uso ad hoc delle querele temerariequeste sono un vero e proprio bavaglio all’informazione” afferma con forza Mario De Michele, da alcune settimane sotto scorta dopo che una scarica di proiettili ha colpito mesi fa la sua auto: “una delle pallottole mi ha sfiorato la testa, sono un miracolato” dice il giornalista, che però puntualizza “non voglio personalizzare la questione, perché è molto più vasta del singolo evento”.

Accanto ai racconti, ci sono poi i numeri. Cifre incontrovertibili, che non si prestano a differenti interpretazioni. Come quelle offerte dal procuratore della DDA di Napoli Paolo Itri, che ricorda “dal 2006 al 2018 in Italia ben 3722 giornalisti sono stati vittime della repressione di stampa e 3122 di questi si concentrano negli anni dal 2011 al 2018. Quanti casi sono rimasti impuniti? Il 98%”.