“L’Italia è un Paese con una specificità culturale e religiosa che a volte entra in collisione con il rispetto di leggi e convenzioni internazionali.” È la dichiarazione di qualche tempo fa di Simona Lanzoni, vicepresidente della Fondazione onlus Pangea, organizzazione attiva in Italia sul fronte della sensibilizzazione alle questioni di genere. Questa realtà sembra stia prendendo sempre più piede negli ultimi tempi. Quando si parla dell’ascesa del fascismo ne parla al presente. Lo strappare i bambini dalle loro famiglie; l’omicidio di giornalisti; il lasciare affogare i migranti o il loro assassinio per le strade, o ancora l’aizzare un cane contro un venditore ambulante di colore su una spiaggia ligure; le posizioni sempre più forti contro l’aborto, e le discriminazioni di genere, questi sono più che campanelli di allarme.

Quando la nostra capacità alla tolleranza subisce una riduzione lasciando spazio alla rigidità culturale, e all’incapacità di provare compassione, le minoranze etniche, religiose e di genere sono le prime ad essere penalizzate. Incluse tra queste minoranze sono le donne. Così la visione di un futuro distopico narrato da Margaret Atwood in The Handmaid’s Tale, diventa un po più angosciante. Gilead è la società raccontata nel romanzo, diventato poi una popolare serie televisiva, in cui i fondamentalisti cristiani hanno spogliato le donne di tutti i loro diritti – cristallizzando la società in uno stagnante presente. Profezia, documentario o ancora un’altra fantasia distopica? L’Handmaids Tale, dà forse a donne isteriche qualcosa di cui lamentarsi? 

Continuano a dirci che abbiamo fatto molta strada e che siamo libere. Guardiamo ad altri paesi dove alle donne non è permesso votare, o ballare, e ci consideriamo moderne e liberate. Ma tutte le “libertà” sono troppo recenti: recente è il diritto al voto, o quello di poter abortire o ancora quello di poter essere riconosciute  come vittime di stupro in quanto reato  contro la persona e non più contro la morale.

La narrativa del progresso dei diritti civili, quella che leggiamo nei libri di storia non è quella vera. Il progresso non è lineare. In molte delle aree a cui facciamo riferimento quando misuriamo l’uguaglianza di genere, negli ultimi 10 anni non abbiamo fatto progressi significativi: nel reddito, nell’impegno politico, nell’istruzione. Molte donne sono ancora pagate di meno delle loro controparti maschili.

Le forze politiche includono sempre più legislatori che sono contro l’aborto. Il ministro della famiglia potrebbe essere facilmente definito un fondamentalista dei valori tradizionali, che sicuramente non è interessato a promuovere i diritti delle donne. Quindi, mentre sono entusiasta dei risultati del referendum sull’aborto irlandese, la situazione globale delle donne non gode di buona salute. In molti paesi come Turchia, Pakistan, Arabia Saudita e molti altri, i fondamentalisti religiosi considerano i diritti delle donne l’incarnazione del laicismo e le donne sono punite per questo.

Nel libro di Atwood, una catastrofe ambientale provoca infertilità e le donne vengono così trattate come schiave, ma questo sottolinea soprattutto la natura precaria e fragile della democrazia, che può essere spazzata via come fogli di carta da un colpo di vento. 

Guardandoci attorno c’è già una sorta di desensibilizzazione per ciò che sta accadendo, ed un senso di falsa sicurezza che non considera mai i diritti delle donne come i primi sotto attacco, come dire, ‘a noi non succederà mai’. Il fondamentalismo cristiano, ebraico, o islamico ha caratteristiche pressoché uguali: si dimostra intollerante verso le altre religioni o filosofie, verso l’omosessualità ed in ultimo, ma non per ultimo nella negazione dell’autonomia femminile. E questo è in sintesi Gilead. In molti paesi occidentali, per noi donne la qualità della vita è la migliore che abbiamo mai avuto, quindi non vogliamo pensare a tutto questo adesso. Ma forse sarebbe meglio cominciare a farlo…