Si è guadagnato il record negativo di fiume più inquinato d’Europa il Sarno, che lambisce le province di Napoli e Salerno. Adorato come un Dio in passato, veniva idealizzato come un “vecchio con la barba, seminudo, disteso su un fianco e circondato da piante fluviali, in genere canne e papiri, nell’atto di reggere un vaso da cui sgorga acqua’’. Peccato che di questa immagine bucolica sia rimasto solo un vago ricordo. Già, perché oggi lungo il corso del Sarno vengono scaricati reflui urbani e industriali non depurati, fertilizzanti e pesticidi derivanti dall’agricoltura e altro ancora. Si aggiunga poi il fatto che oggi più del 55% della popolazione che risiede nell’area circostante, non è servita da un impianto di depurazione. I problemi sono iniziati con l’industrializzazione degli anni 60-70 e il conseguente sversamento abusivo, lungo il fiume, degli scarti di lavorazione con un aumento esponenziale non solo del degrado, ma soprattutto dei casi di tumore tra i residenti.

Da anni queste problematiche vengono evidenziate dai dati dei monitoraggi effettuati dai volontari di Legambiente. Risultati alla mano il quadro che emerge è drammatico: la metà dei punti campionati lungo l’asta principale del Sarno presentano criticità e l’80 per cento dei campionamenti lungo canali e corsi secondari presenta livelli di inquinanti considerevoli. Dati raccapriccianti che raccontano la realtà dei nostri giorni con i cittadini esasperati dagli ‘’odori disgustosi’’ che esalano, soprattutto nelle giornate estive, dalle acque del fiume. E mentre si assiste attoniti e impotenti a questo ennesimo scempio ambientale, in molti si chiedono perché le istituzioni non intervengano in modo incisivo per risolvere la questione. Magari attraverso l’impiego fondi europei, magari iniziando a dotare di sistema fognario i paesi vesuviani.