Il regno borbonico si circondava di grandi ricchezze, di sfarzi e di opere magnifiche che ancor oggi attirano l’interesse degli studiosi e dei visitatori, in quanto, come ogni potere, voleva lasciar tracce della propria grandezza. Come spesso accade, le classi subalterne vivevano di ben altra condizione. La vita dei meno abbienti, nelle città ma in special modo nelle province e nelle lande più lontane del Sud, era fatta di stenti e sofferenze, di malattie e di analfabetizzazione, di assenza totale di rapporti col resto dei paesi limitrofi, anche per la impraticabilità delle strade e di mezzi di comunicazione inesistenti. La sfarzosità apparente di Napoli o Palermo ad esempio faceva da contraltare alla desolazione della maggior parte del territorio delle Due Sicilie.
Sulla scia della Rivoluzione Francese anche nel Sud estremo si faceva sempre più grande il desiderio di libertà, negata dalla presenza della famiglia dei Borbone che non esitava a reprimere in tutti i modi qualsiasi ribellione nascente. A farne le spese, le peggiori spese, la città di Messina, messa a ferro e fuoco in quella che fu una strage dal ricordo imperituro ancor oggi nella cittadina siciliana.
I moti costituzionali del 1820, promossi dalla Carboneria, avevano spinto Ferdinando I delle Due Sicilie a concedere un’effimera costituzione che fu rinnegata solo pochi mesi dopo nel congresso di Lubiana, quando chiese l’intervento delle forze della Santa Alleanza nel proprio regno, perché lo aiutassero a ripristinare il regime assolutistico.
Nel 1828, a Napoli, la “Camera Alta” dei Filadelfi, una società segreta simile alla Massoneria, diffusa in Irpinia e nel Cilento, aveva deliberato un’insurrezione per riavere quella Costituzione. A capo della congiura il canonico Antonio Maria De Luca, carbonaro, che era stato deputato al Parlamento napoletano nel breve periodo costituzionale ma dal 1821 esiliato a Napoli. Avevano aderito alla sommossa, che sarebbe dovuta scoppiare nel periodo compreso fra il 25 maggio e il 25 giugno, elementi della Carboneria e perfino una banda di briganti, quella dei fratelli Capozzoli. Uno dei capi, Antonio Galotti, aveva tuttavia confidato i segreti della congiura ad un delatore, scambiato per un confratello, il quale aveva informato le autorità borboniche; il ministro di polizia delle Due Sicilie, Nicola Intonti, dette allora disposizioni per controllare con discrezione l’evolvere della situazione. Seguì quindi l’arresto nel Cilento di alcuni congiurati (13 giugno) e i cospiratori dovettero accorciare i tempi ragion per cui il canonico De Luca fissò la data dell’insurrezione al 28 giugno.
ll 27 giugno 1828 una folta folla di rivoltosi partì da Montano Antilia e passò da Palinuro, proseguì per Centola, Marina di Camerota e Licusati, ben accolti dalle locali popolazioni. In seguito si recarono a San Giovanni a Piro dove, però la popolazione oppose resistenza, ricevendo in cambio una durissima reazione da parte dei carbonari.
Alla fine, le campane suonarono a festa e anche San Giovanni si unì alla rivolta. La marcia proseguì ma, arrivati alle porte di San Biase, i cilentani trovarono ad attenderli un folto esercito borbonico comandato dal generale Francesco Saverio Del Carretto che soffocò nel sangue la rivolta.

2borboni
De Luca esortò gli insorti suoi compagni a sbandarsi ma, nonostante la ritirata, il gen. Del Carretto non ebbe alcuna pietà: fece radere al suolo a colpi di cannoni la cittadina di Bosco, contigua a San Giovanni a Piro, facendo eseguire ventitré condanne a morte esponendo le teste degli insorti nelle località della zona. Mentre la maggioranza degli insorti si arrese a Vallo della Lucania il 7 luglio 1828, il resto si dette alla macchia.
Il canonico De Luca non fu catturato ma fu segnalato da spie nella zona di Celle di Bulgheria, suo paese natale. Del Carretto minacciò di radere al suolo il paesino, come aveva già fatto con Bosco e fu per questo che De Luca, per evitare al paese natale una sorte spaventosa, si costituì assieme ad altri nove insorti, tra i quali il nipote sacerdote. Dopo processo sommario furono tutti condannati a morte: otto laici fucilati all’alba del 19 luglio 1828, i due religiosi il 24 luglio, dopo che l’arcivescovo di Salerno li ebbe scomunicati.
Il Comune di Bosco fu dato alle fiamme per tre volte a seguito di un regio decreto e fu distrutto completamente il 7 luglio 1828. Il paese fu cosparso di sale per rendere il terreno sterile, in modo che non potesse più rinascere nulla su quel territorio.
Il generale Francesco Saverio Del Carretto commentò i risvolti di quel suo durissimo intervento: “S’imponeva con urgenza un esempio capace di terrificare e convertire gli altri malintenzionati. L’incendio di Bosco ha prodotto un notevole cambiamento nei selvaggi e corrotti abitanti del distretto, trasformandoli in gente di tutt’altro genere”. In pratica, la popolazione del luogo, nonostante l’eccidio, era diventata sempre più antiborbonica…
Il re Francesco I decise così, il 28 luglio 1828 di infliggere la pena più umiliante per gli abitanti, e cioè la soppressione definitiva del Comune.
Seguirono arresti, condanne, fucilazioni. Il Cilento dovette contare i suoi martiri. All’entrata del paese, il pittore spagnolo José Ortega ha voluto ricordare quest’importante rivoluzione rappresentandola su delle maioliche dipinte che recitano:
“Per tre volte incendiata e distrutta dai Borboni, che invano tentarono di distruggere, con le case e le strade, anche l’amore per la libertà, perché per tre volte Bosco risorse più fiera e più bella e nel verde di fronte al mare sempre pronta a battersi per la libertà”.

di Carlo Fedele