Si sa che in quaresima la Chiesa invita i fedeli alla rinuncia dei piaceri del palato ad eccezione, però, del giorno dedicato al padre putativo di Gesù; il 19 marzo, infatti, a tutti, clero compreso, è concesso gustare dolci prelibatezze, a Napoli le famose “zeppole di San Giuseppe”.

Nel Ottocento a perfezionare il noto bignè alla crema e amarena fu Pasquale Pintauro, pasticcere già noto per aver dato vita alla sfogliatella, anch’essa altra delizia partenopea nata inizialmente tra le mura di uno dei tanti monasteri cittadini, in cui converse e giovani novizie facevano a gara nell’arte culinare.

La zeppola di San Giuseppe, dall’originale forma a spirale, non a caso fa riferimento al lavoro del falegname, alla “zeppa“, ossia al truciolo di legno piallato e scartato.

Via Toledo si affollava di venditori di questo tipo di dolce che era rigorosamente fritto, essendo S. Giuseppe protettore non solo degli artigiani e degli orfani, ma anche dei “friggitori”.

Grandi caldaie erano sistemate lungo la strada e le improvvisate botteghe non mancavano di essere tappezzate con folcloristiche immagini raffiguranti anime sofferenti che scontavano la propria pena “fritte” tra le fiamme del Purgatorio. San Giuseppe si invocava, infatti, anche in suffragio delle anime defunte.

In particolare a via Medina, davanti la Chiesa dello Spirito Santo, il 19 marzo vi erano una gran quantità di bancarelle di artigianato che vendevano lavori di intarsio e utensili per bambini. I manufatti più richiesti erano le “raganelle” che i giovani, fino a notte inoltrata, suonavano tra schiamazzi e risate. In realtà tale strumento popolare, il cui suono simile al gracidio delle rane, veniva utilizzato nella Settimana Santa per sostituire il suono delle campane e richiamare i fedeli alla messa.

Molto venduto era anche lo strummolo“, un antico gioco di strada tipicamente napoletano: tirando una cordicella si faceva ruotare una piccola trottola di legno; scopo del gioco era quello di far durare più a lungo la rotazione della propria trottola rispetto a quella dell’avversario.

Ovviamente non mancavano lungo le strade stendardi e immagini del Santo, la cui iconografia nel corso dei secoli è andata modificandosi.

Inizialmente San Giuseppe fu rappresentato come un uomo molto anziano, con barba bianca e posto accanto alla Vergine Maria e al Bambino. Solo con la Controriforma, a metà Cinquecento, fu venerato come figura autonoma.

Oggi, come allora, il Santo viene identificato con alcuni attributi; il giglio (castità), gli attrezzi da falegname, la verga fiorita; riguardo a quest’ultimo particolare, si narra che ciascuno dei pretendenti di Maria portò una verga al sommo sacerdote del tempio di Gerusalemme. La verga di Giuseppe fiorì e: il miracolo venne interpretato come volontà divina che fosse lui lo sposo prescelto.

Sempre legato al bastone di San Giuseppe è il detto popolare: “Nun sfruculia’ a mazzarella di San Giuseppe allusione al non provocare la pazienza altrui, virtù di cui fu dotato il Santo.

In realtà questo modo di dire diffuso a Napoli, sembrerebbe dovuto alla reliquia del vero bastone di San Giuseppe che, come risulta da un documento storico, fu portato in città da un cavaliere, un certo Nicolino Grimaldi che la espose nella propria cappella di famiglia situata all’interno del Palazzo Como, nei pressi della chiesa di San Giuseppe a Chiaia.

Ogni anno, il giorno della ricorrenza del Santo, il Grimaldi concedeva al popolo di venerare la preziosa reliquia, ma nella ressa non mancava chi per devozione staccava e portava via schegge di legno del sacro bastone.

Il cavaliere, stanco del ripetersi tali gesti sconsiderati, ordinò al suo maestro di casa, Andrea Musaccio, di prendere provvedimenti. Così a chiunque si presentava, l’uomo ripeteva il tradizionale ammonimento, ormai acquisito dai napoletani.

Alla morte del proprietario la reliquia entrò in possesso della Arciconfraternita dell’Opera di San Giuseppe dei Nudi, una delle più importanti istituzioni caritatevoli tra’700 e ‘800 di cui lo stesso Carlo di Borbone volle essere confratello.

Alla fondazione della Arciconfraternita seguì nel 1750 la costruzione della Chiesa di San Giuseppe dei Nudi dove ancora oggi, il 19 marzo, è possibile venerare l’antichissima verga del Santo, o meglio quel che è stato sottratto dal fanatismo popolare.

Annamaria Pucino