Per marzo avremo pronti i piani di rientro degli studenti. Partiremo da quelli dei primi anni“. Matteo Lorito, rettore dell’Università Federico II di Napoli, ha finalmente annunciato una data per il ritorno in presenza, seppur parziale.

A margine di un incontro con il ministro degli affari europei Enzo Amendola, avvenuto proprio nella sede centrale del corso Umberto I, Lorito ha tuttavia ribadito che “andiamo verso l’apertura nei limiti giusti, evitando come fatto fino ad adesso che si sviluppano focolai. Ci siamo riusciti, sappiamo come farlo“. E alla precisazione relativa alle attività che possono essere svolte fisicamente nelle sedi federiciane, “i nostri studenti possono fare esami, tirocini e sedute di laurea in presenza” (in quanto la Campania è zona gialla), va però aggiunto che spesso tale situazione non coincide con la realtà, data l’enorme mole di studenti. In particolare, risulta difficile riuscire organizzare esami in presenza per quei dipartimenti chiamati a gestire centinaia di ragazzi che accorrono nei medesimi giorni, per essere esaminati. Dunque spesso si ricorre alla discrezionalità del singolo professore, che data la situazione contagio, è più orientato verso la modalità a distanza: un fattore estremamente penalizzante per chi non detiene i device adeguati, e soprattutto per l’ingente quantità di denaro versato da ogni studente sotto forma di tasse, che non tornano indietro come servizi.

Circa un mese fa, davanti alla sede centrale della Federico II, gli universitari, rappresentati da Link Napoli, chiedevano “le lezioni in presenza, ovviamente nel rispetto delle misure di sicurezza, perché la pandemia ci ha manifestato come effettivamente la didattica a distanza non sempre rispetti quelle che sono le esigenze degli studenti e delle studentesse“.

Non una protesta fine a se stessa, ma arricchita da proposte: “dati corsi ed esami perlopiù online – ancora il sindacato studentesco sulla propria pagina facebook pochi giorni fainteri palazzi ad oggi sono vuoti: pensiamo possano essere adibiti ad aule studio, contingentando e tracciando le entrate con un’app ad hoc, di modo da prevenire lo sviluppo di focolai. L’emergenza straordinaria stimola inoltre soluzioni innovative: oltre ai Palazzi già adibiti a sedi universitarie, che si effettui una ricognizione degli stabili dismessi in città e che si restituiscano alle studentesse e agli studenti luoghi dove poter studiare“. Chiara la chiosa finale: “non siamo noi ad essere troppi, sono le strutture a non essere adeguate“.