“Prof., questa FASE 2 me la immaginavo diversa. Da lunedì non è che cambierà molto.”

La frase del mio alunno mi raggiunge mentre stavo per chiudere la porta invisibile dell’aula virtuale in cui avevamo appena fatto lezione.

“Ivan, anch’io avrei voluto tornare alla normalità di sempre. Ma bisogna pazientare. Sei tenace, e so che ce la farai a stringere i denti ancora un altro po’.”

Il mio microfono aveva appena iniettato nel sistema quelle parole.
Erano scomparse, frammentate in miliardi di dati, e poi immediatamente ricomposte in parole, sputate dalle mille bocche delle cuffiette micro forate e dal volume sempre troppo alto piantate in quelle orecchie adolescenti.

Noto un sorriso a metà, sul viso del mio alunno seduto alla casella in fondo a destra della mia schermata.

Quelle parole-dati dovevano essere arrivate a destinazione.

Non c’è niente da fare: la scuola potrebbe scomparire, le aule saltare in aria, puff!, non cambierebbe nulla. Un insegnante resterà sempre l’insegnante dei propri alunni.

Se l’aula è virtuale, con le lezioni chiuse lì dentro, in quarantena, il docente è più concreto che mai.

Se la didattica diventa a distanza, il docente si pone a distanza ravvicinata.

Il ragazzo deve essere aiutato a sopravvivere al crollo delle sue sicurezze, al vacillare della propria stabilità, al dilagare di una pandemia? Cambia poco. L’insegnante per lui c’è. Sempre. Cattedra tra i banchi, o icona tra le icone.

E, con quella frase, io c’ero stata, per il mio alunno.

Ed ero stata sincera, con lui. Credevo davvero che fosse tenace, che avrebbe saputo resistere ancora.

Ma non ero stata sincera con me stessa.

Non era vera quella mia smania di volere una FASE 2 che significasse un totale ritorno alla normalità, se non nel mio desiderio di arrivare finalmente ad uno zero assoluto di nuovi contagi e di nuove perdite umane.

Un ritorno alla normalità sarà molto più gravoso, a mio avviso, di quanto lo sia stato l’ingresso in quarantena.

La quarantena aveva significato il totalizzarsi di una dimensione domestica e intimamente personale, tanto fisiologica, per noi, quanto rara. Rara perché, normalmente, vissuta solo a sprazzi, nei ritagli di non lavoro, di non spostamenti, di non attese, come un lusso prezioso. Il lusso del giorno di festa, del week end di primavera, delle vacanze estive, del ritorno al nostro centro, ai nostri affetti, alla nostra tana.

Prima della quarantena, vigeva una normalità con i connotati di una devastante forza centrifuga, sempre pronta a portarci lontano-da-casa e lontano-da-noi. Una frenesia in cui sembrava ci fossimo dimenticati di utilizzare il tempo per imparare cose nuove, per domandarci come stesse il vicino, per chiedere “come stai?”, attendendo realmente una risposta.

Quella normalità assordante che aveva fatto volare via il canto degli uccelli, che aveva prosciugato il suono delle fontane pubbliche, che aveva ammutolito quell’armonica a bocca, chiusa nel suo ventennale silenzio.

Ecco, io ho paura di tornare ad un periodo in cui il fuori e l’iperattività risultino i nuovi baricentri innaturali di una vita dalla postura sbagliata, che ti fa male, anche se non te ne accorgi subito.

Ho paura che ci si dimentichi di nuovo di dover aspettare la risposta alla domanda “come stai?”.

Temo che si rimetta troppo presto il bavaglio a quell’armonica a bocca, e che si debbano aspettare altri vent’anni per farla tornare a cantare.

Ho paura di veder scomparire il canto degli uccelli, che proprio adesso son tornati da noi per donare agli alberi la propria voce, nuova ed invisibile.