E ora cosa accadrà a Bruxelles e a Roma dopo la consultazione elettorale per le Europee? Il ribaltamento dei rapporti di forza tra la Lega (34,26%) e M5S (17,06), l’avanzata di Fratelli d’Italia, il recupero e l’avanzata del Pd (22,74%) rispetto al voto delle politiche dell’anno scorso, introducono nuove variabili nel sistema politico italiano e prospettano  scenari inediti: dalla continuità dell’azione di governo, all’esplosione dell’alleanza giallo-verde, al possibile epilogo con il voto anticipato.
L’avanzata della Lega, che ormai si raffigura come partito nazionale rispetto all’epoca del partito padano, è impetuosa, superiore ad ogni aspettativa. In poco più di un anno il leader, Matteo Salvini, è riuscito a ridimensionare il suo competitor e alleato, Luigi Di Maio e a porsi al centro del sistema politico. Un partito, che è bene non dimenticarlo: è il più antico dell’attuale panorama politico,  è riuscito ad apparire come “nuovo”, si è ricostruito la verginità facendo dimenticare la sua venatura secessionista, e la sua vocazione a rappresentare prevalentemente gli interessi del Nord.
Salvini è stato bravo, occorre riconoscerlo. Tanto bravo da riuscire a far breccia anche nel Mezzogiorno, dove ha raggiunto il 23,4% dei voti. E anche qui in Campania ha ottenuto il 19,21%: certo è la percentuale più bassa tra tutte le regioni del Sud, ma per noi meridionalisti convinti, questa è solo una magra consolazione. La realtà è che anche nel Mezzogiorno, nonostante tutti gli insulti del passato, e nonostante proposte politiche, come l’autonomia differenziata richiesta da Lombardia, Veneto e Emilia Romagna (che aumenterebbe la divaricazione tra Nord e Sud), il verbo leghista ha fatto breccia. Perché?
La Lega parla alla pancia del Paese, alimenta le paure (la più inquietante quella contro l’immigrato), senza proporre soluzioni; prospetta il ritorno alla logica delle piccole patrie, ripropone la triade Dio-famiglia-patria,  (valori e identità assolute, se propugnati separatamente) rilanciando un modello di società tradizionale, pre-rivoluzione francese.
Il messaggio “passa” perché cade e apparentemente dà assicurazioni alla parte più povera, precaria, della società. Quella parte di mondo che chiede protezione, rassicurazioni, e così finisce con buttarsi nelle braccia di colui che appare forte, deciso, muscolare. Il salvinismo, prima che una politica, è un progetto di egemonia culturale, con il quale fare i conti.
E il M5S? Appena un anno fa il Movimento aveva fatto il botto alle elezioni politiche, raggiungendo livelli plebiscitari in tutto il Mezzogiorno. In pochi mesi, però, sono emerse le fragilità del personale politico, un dilettantismo di fondo, che un leader esperto e navigato come Salvini, ha girato a proprio vantaggio. Un Movimento vittima della “sindrome di Stoccolma“, che si è auto-imprigionato, facendo proprie e avallando tutte le iniziative politiche della Lega. Con il risultato finale di apparire come una “succursale” del leghismo. Né è servito, nello scorcio finale della campagna elettorale, il tentativo, tardivo e poco credibile, di spostare a sinistra l’azione politica del Movimento. Ormai il danno era stato compiuto.
Ora Di Maio deve decidere se staccare la spina al governo o se continuare in un’alleanza che ha portato il M5S ai minimi termini. Non ha caso Salvini ha già alzato la posta, va all’incasso e chiede un sì immediato ai provvedimenti sull’Autonomia differenziata, sulla Tav, sul decreto sicurezza-bis e la Flat tax. Misure del tutto indigeste al Movimento.
Per questo, lo scenario della resa dei conti e del voto anticipato incombe sempre di più.
Dal voto emerge anche un Pd che ha dato segnali di “resurrezione” politica. Un anno dopo la debacle delle politiche, il partito ha posto le premesse per un nuovo inizio. Al neosegretario Zingaretti va dato il merito di avere creato un campo più largo, un’alleanza da Pisapia a Calenda. Che non a caso hanno ottenuto un grosso successo personale con il voto di preferenza.
Mentre pezzi  della sinistra, (Fratoianni, Bonino) sono andati per la loro strada, con liste autonome che non hanno raggiunto il quorum: due milioni di voti senza rappresentanza.
Ma per il Pd è solo il primo passo di una attraversata del deserto che si annuncia lunga e faticosa. In un Paese che sembra avere svoltato decisamente a destra.
In tutto questo, l’auspicio è che i rappresentanti italiani eletti per il Parlamento europeo, al di là delle appartenenze partitiche, riescano a fare squadra. E a difendere gli interessi del Paese e del Mezzogiorno.
Patrizia Sgambati