Mi accorgevo che l’estate stava per iniziare quando, ai primi di giugno, durante le passeggiate pomeridiane che facevo con mio padre in campagna, scorgevo il rosso intenso dei papaveri spiccare tra il verde tenero delle spighe di grano ancora non mature. Era un contrasto che mi piaceva moltissimo, un accostamento cromatico che infondeva allegria. Di sera poi, quando ci recavamo a far visita ai parenti che stavano a Pietrelcina, per strada, nel buio della notte vedevo brillare una moltitudine di puntini luminosi che sembravano rincorrersi all’infinito. Erano le magiche lucciole e, incantata, desiderando portarle a casa perché potessero illuminare i miei sogni, cercavo di rinchiuderne qualcuna in un barattolo di vetro che, allo scopo, avevo portato con me. Provavo a farlo senza successo, mentre i miei genitori cercavano di farmi desistere e la delusione di aver intrappolato dei comuni piccoli insetti neri la cui luce si era improvvisamente spenta, mi ha insegnato che ogni creatura vivente deve rimanere al suo posto, nel suo habitat naturale e che soltanto da lì può darci gioia con il suo esistere.

L’avvicinarsi dell’estate era annunciato puntualmente dalle visite mattutine delle insegnanti del Convitto Nazionale che frequentavo; prima quelle della Scuola Materna e poi le maestre che venivano a propormi testi da imparare a memoria per le recite da tenere alla presenza del Rettore, in occasione del suo onomastico, o dell’Arcivescovo in carica per la sua visita a chiusura dell’anno scolastico. Mi veniva chiesto, inoltre,  di preparare un discorso per le Autorità che sarebbero state presenti, di non leggerlo ma declamarlo a memoria e questo diveniva un impegno gravoso che faceva sorgere il terrore di sbagliare, di dimenticare le parole ma in cui profondevo tutto il mio impegno perché amici e parenti sarebbero stati presenti ed un’eventuale brutta figura avrebbe mortificato me per prima. Veniva in mio soccorso la Signorina Lucia, una nostra inquilina che, avendo perso il lavoro di ufficio, aveva avuto l’idea di allestire , nell’appartamento in cui viveva, un doposcuola per i bambini del quartiere in modo da guadagnare qualcosa per andare avanti alla meglio.

La signorina Lucia, dalla voce roca, pronta a risate straripanti di buonumore ed allegria, sempre elegante e curata nel suo aspetto, preparava per me pagine e pagine di frasi altisonanti che non mi piacevano e che, di nascosto, mi prendevo la briga di modificare e snellire sperando che non se ne potesse accorgere. Nonostante le paure, recite e discorsi erano sempre destinati a ricevere applausi e a far scaturire le lacrime di commozione dei presenti alle cerimonie. La carezza paterna dell’Arcivescovo, i visi commossi delle Maestre, la stretta di mano del Rettore e delle Autorità chiudevano l’anno scolastico. Al ricevimento che faceva seguito, i saluti con i compagni e la promessa di ritrovarsi presto insieme per un nuovo corso di studi, sanciva il vero inizio delle vacanze.

Improvvisamente mi ritrovavo a dover inventare qualcosa per riempire le mie giornate ed ecco che il negozio di famiglia diventava una fonte inesauribile di novità ed attività. Seduta per terra dietro l’alto bancone di legno ( allora eravamo in Piazza Duomo e l’arredamento era veramente antico), con un quaderno poggiato sulle gambe incrociate ed una penna tra le dita, osservavo di nascosto le persone che entravano ed uscivano dal locale. Dal loro aspetto cercavo di immaginarne la vita, chi fossero, che cosa potessero desiderare e, senza che se ne accorgessero, scrivevo righe e righe su ognuno di loro, spesso intuendo la realtà. Sembravo una detective a caccia di indizi per incastrare un colpevole e le mie pagine, allegre e scanzonate, diventavano puro divertimento per mio padre, mio zio ed i loro amici durante le lunghe serate trascorse insieme al negozio.

In altri pomeriggi andavo a casa dei nonni, dall’altra parte della città, e mi pareva di trasferirmi in un altro mondo. Era d’obbligo la passeggiata alla Stazione in compagnia del nonno che vi aveva lavorato come Capo gestione; orgoglioso mi mostrava i convogli presenti, mi annunciava quelli in arrivo e mi faceva assistere alle loro partenze. Mi presentava qualche ex collega con cui ci fermavamo a parlare, compravamo un buon numero di riviste all’edicola e non mancava mai un giornalino di fumetti per me; ci fermavamo a bere alle fontanelle tra i binari e poi facevamo ritorno a casa per la cena che la nonna amorevolmente aveva approntato. Aspettavo che i miei genitori, in tarda serata venissero a prendermi ed intanto guardavamo qualche programma alla televisione, prodigioso apparecchio che a casa mia non era ancora presente. Ricordo il panno di flanella bianca che la ricopriva tutto il giorno per evitare che si impolverasse; diventava un rito, di una certa sacralità, toglierlo, ripiegarlo accuratamente, riporlo nella credenza ed avviare la manopola che ne illuminava lo schermo. Un universo sconosciuto si spalancava davanti ai nostri occhi con i documentari, infinito buonumore scaturiva dalla novità dei cartoni animati  (ancora in bianco e nero) e tanta allegria e complicità ,oltre che voglia di gareggiare, ci coinvolgeva nel seguire i “Giochi senza frontiere” o i quiz proposti da presentatori che, nonostante la frapposizione algida dello schermo, sembravano diventare parte della famiglia.

L’estate procedeva così fino ad agosto, sospirando il momento in cui sarei finalmente partita per il mare. Mio padre rimaneva in città, al lavoro, ed io partivo con la mamma, mia zia ed altri parenti per spiagge più o meno vicine dove il tempo volava tra bagni, camminate sul bagnasciuga, costruzioni di elaborati castelli di sabbia mentre il sole rendeva la mia pelle prima dorata e poi sempre più scura facendo risaltare gli occhi chiari che brillavano come diamanti. Le serate trascorrevano in pineta, seduti tra gli alberi resinosi con i piedi poggiati su soffici tappeti di aghi di pini e, mentre i grandi chiacchieravano animatamente tra di loro mangiando pezzi di fresco cocco, noi piccoli sgranocchiavamo arachidi, frutti proibiti durante il resto dell’anno e gustavamo gelati di ogni tipo. Ci rincorrevamo felici giocando a nascondino o ai quattro cantoni; talvolta, per sfida e per il semplice gusto di disobbedire, tentavamo improvvise sortite verso zone lontane dallo sguardo attento degli adulti ma, al ritorno, le nostre bravate venivano immancabilmente punite con solenni sgridate e divieti di fare il bagno in mare il giorno seguente. Ci si addormentava sfiniti per la stanchezza dovuta ai giochi sfrenati e le lenzuola erano gradevolmente fresche ma sembravano carta vetrata contro le spalle riarse dal troppo sole preso durante la giornata.

La fine della villeggiatura giungeva sempre troppo presto e settembre iniziava , per me, con l’obbligo di frequentare il doposcuola della Signorina Lucia. Non capivo mai se mi veniva imposto per dare il buon esempio ai bambini del vicinato, per aiutare la signorina a vivere o per prepararmi adeguatamente ad affrontare il nuovo anno scolastico ma , come se non fosse bastato, mi aspettavano pure le lezioni con zia Elena, sorella di mio padre, maestra a cui sarebbe sembrato scortese non ricorrere. Frequentavo il doposcuola della Signorina con il divieto di apprendere termini dialettali dagli altri bambini ma, poiché ero amica di tutti loro, ogni giorno le mie nozioni in proposito aumentavano e quando, in casa, mi capitava distrattamente di usare qualche parola del volgo, mi aspettavano tragedie e minacce di punizioni severe che non riuscivo a spiegarmi.

I momenti più simpatici del doposcuola erano quelli in cui iniziavano le cantilene delle tabelline; con il balcone ancora spalancato per il caldo, le voci di noi bambini si diffondevano per tutto il vicolo, fino al Corso, rinfrescando la memoria scolastica dei passanti. Seguivano i tempi dei verbi declamati anch’essi con tutta la sonorità possibile e la Signorina Lucia sembrava un direttore d’orchestra, severo ed attento ai nostri eventuali sbagli, inflessibile nel farci ripetere tutto daccapo nel caso avessimo commesso anche solo un piccolo errore.

I giorni di settembre scorrevano inesorabilmente; di sera, nel vicolo, si poteva avvertire il profumo della salsa di pomodoro che veniva bollita in grosse pentole, imbottigliata e conservata in grandi scorte che sarebbero state consumate durante l’inverno per i sughi. Prevaleva l’aroma piacevole ed inebriante del basilico fresco che veniva aggiunto sia alla salsa che ai pomodori San Marzano tagliati a striscioline lunghe e rettangolari destinati alla preparazione della carne alla pizzaiola. Anche io mi impegnavo in questo lavoro che i miei genitori retribuivano con la lauta ricompensa di venti lire per ogni bottiglia che riuscivo a riempire e raggranellavo, così, una discreta sommetta aggiungendola a quella ricevuta per l’aiuto dato nell’ allargare la lana dei materassi che, ogni anno, venivano rifatti a fine estate. Il mio “tesoro” avrebbe permesso diverse visite ad una vicina libreria del Corso dove il proprietario, amico del nonno, mi avrebbe consigliato i libri migliori da leggere. Se fosse avanzato qualcosa, inoltre, avrei incrementato la mia collezione di dischi di vinile facendomi accompagnare da mio padre in un negozio di novità musicali. Tra libri e dischi, chi avrebbe potuto essere più felice di me, in attesa della riapertura delle scuole?

L’aria, intanto, diventava di giorno in giorno più fredda e pungente; iniziavano le piogge autunnali e, affacciata alla finestra,di sera osservavo il vicolo che, visto dall’alto in pendenza verso il corso e per effetto del fondo stradale di basalto, appariva come un fiume che si snodava lucido e nero simile a liquida pece. Lo scrosciante rumore dell’acqua copriva ogni altro suono; improvvisi brividi di freddo preannunciavano il sopraggiungere della lunga stagione invernale.

GRAZIELLA  (MARIA GRAZIA)  BERGANTINO

Nata a Benevento il 15 dicembre 1954. Dopo aver  conseguito la Maturità Classica , si è laureata in Scienze Turistiche. Titolare della storica Cappelleria Bergantino, negozio di famiglia le cui origini, su testi di Storia della città di Benevento, risalgono al 1848.

Ha frequentato tre corsi di Lingua Araba classica organizzati dalla Caritas diocesana   di Benevento per il “Progetto  Al- Arabiyya” ottenendo, con esami finali, tre attestati di conoscenza della lingua araba parlata e scritta.

Conoscenza della Lingua tedesca appresa frequentando il Goethe Institut di Napoli per due anni.

Conoscenza della Lingua Inglese.

Fa parte dell’associazione culturale Dante Alighieri, sede di Benevento ,di cui è socia benemerita  e dell’Associazione culturale Verehia.

Ha pubblicato articoli vari su giornali locali. Ha ottenuto diplomi di merito e targhe premio per la partecipazione a Concorsi letterari nazionali ed internazionali con racconti e poesie.

Tra i  numerosi premi conseguiti:

Seconda classificata al Concorso Nazionale Bognanco Terme 2017 con il racconto :” L’antica fontana e la bella Dormiente del Sannio”

Terza classificata al 24° Concorso internazionale “Amico Rom” 2017, a Castelfrentano ( Chieti) con il racconto :”Madalina, piccola, grande amica Rom”

Prima classificata al 57° Premio Nazionale Paestum 2018 con il racconto :”Estati lontane”

Seconda classificata al Premio Internazionale “Poesia dell’anno 2018”  a Quartu Sant’Elena (Cagliari) ,con la poesia :”Nell’uliveto”.

Quarta classificata al XXIX Concorso nazionale “L’Ecologia e l’ambiente” a Fisciano ,nel 2018, con la poesia :”Fiore di donna”

Seconda classificata al 3° Concorso nazionale “ Padre Pio, santo del nostro tempo” nel 2018 a Salerno con il racconto :”Uno zio veramente speciale”

Prima classificata per la Narrativa alla VI Edizione del Premio internazionale Iside 2018, a benevento, con il racconto  :”Primavera nell’aria, primavera nel cuore”.

Nel mese di luglio 2018, ha pubblicato una silloge di Poesie dal titolo : “Nello scrigno dell’anima”

Farepoesia” è uno spazio interamente dedicato ai versi scritti da Voi. Chiunque voglia far conoscere le proprie poesie, aforismi, racconti e chi lo desidera una breve biografia, può inviare tutto in formato Word a info@napoliflash24.it.  Durante la settimana, saranno selezionate e pubblicate alcune poesie sulla nostra testata online, sulla pagina Facebook di Napoliflash24  e sulla pagina Twitter del nostro sito. Lo scopo di questo spazio poetico, è quello di far conoscere i poeti e gli scrittori tra i nostri lettori. Tutti possono “Farepoesia“, attendiamo solo di leggere i vostri versi e pubblicarli. A fine anno 2019, sarà possibile inoltre partecipare ad un concorso: i testi saranno selezionati da una giuria di esperti e premiati con una targa premio. “Farepoesia” sarà uno spazio che permetterà a chiunque, di esprimersi attraverso l’arte poetica. Chi non ha mai provato un’emozione davanti ad un tramonto, o pianto per la nascita di un figlio, o amato tanto fino a soffrirne? Tutti hanno la poesia dentro, dovete solo portarla alla luce.  Trasmettere significa portare alla luce.