Nel 2011 il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere aveva condannato l’amministratore ed il direttore di stabilimento della Metalpoint alla pena di otto anni di reclusione per i delitti di omissione dolosa di cautele ed omicidio colposo con riferimento all’infortunio sul lavoro avvenuto nel giugno 2007 in Marcianise presso lo stabilimento della società, nel quale era deceduto il lavoratore e avevano subito lesioni gravissime altri due dipendenti della società.

La Corte di Cassazione ha confermato le condanne per i due imputati.

L’infortunio si era verificato mentre le vittime erano intente ai lavori di rimozione dei residui della colata di alluminio solidificatisi all’interno del pozzo di raffreddamento del processo di fusione, operando sopra la piattaforma di colata azionata da altro operaio, il quale, per errore, anziché azionare il comando preposto ai movimenti della piattaforma, aveva azionato involontariamente la leva della colata dando avvio al processo lavorativo che convogliava l’alluminio fuso verso il pozzo di raffreddamento, senza riuscire, una volta accortosi dell’errore, a bloccarne o deviarne la corsa; il metallo caduto nel pozzo, venuto a contatto a una temperatura di 700 gradi con l’acqua ivi presente, aveva provocato un’esplosione che aveva investito gli operai, ustionandoli gravemente.

Il quadro emerso era quello di una inosservanza generalizzata delle norme e delle cautele antinfortunistiche. La totale assenza di organizzazione della sicurezza trovava riscontro nel numero e nella frequenza degli infortuni gravi verificatisi in azienda. Era risultata la strutturale inidoneità, sul piano della sicurezza del lavoro, del quadro comandi del forno di fusione e della piattaforma del pozzo di raffreddamento. Gli operai addetti alla fonderia non avevano ricevuto alcuna formazione con riguardo sia allo svolgimento delle loro mansioni che alle misure di sicurezza da adottare. Mancava qualsiasi dispositivo di sicurezza individuale in dotazione ai lavoratori (quali elmetti, visiere, indumenti resistenti al calore, scarpe antinfortunistiche, guanti e maschere di protezione).

La condotta era stata ritenuta connotata da una piena rappresentazione e da una consapevole accettazione della sua attitudine a pregiudicare l’integrità psicofisica dei lavoratori impiegati nell’azienda. Gli infortuni sarebbero stati evitati se le misure di prevenzione e sicurezza previste dalla legge proprio al fine di prevenire il relativo rischio fossero state attivate.

Gli imputati hanno sostenuto che l’erronea manovra dell’operaio, consistita nell’azionamento accidentale della leva di comando del processo di convogliamento del metallo fuso nel pozzo in cui si trovavano le vittime intente alle operazioni di manutenzione, fosse idonea a interrompere il nesso causale e ad escludere la loro responsabilità. La Suprema Corte ha ricordato, invece, che la condotta colposa del lavoratore, concorrente con la violazione della normativa antinfortunistica ascritta al datore di lavoro o comunque al destinatario dell’obbligo di adottare le misure di prevenzione, esime questi ultimi dalle loro responsabilità solo quando il comportamento anomalo del primo sia assolutamente estraneo al processo produttivo o alle mansioni attribuite, risolvendosi in un comportamento del tutto esorbitante, abnorme e imprevedibile rispetto al lavoro posto in essere, ontologicamente avulso da ogni ipotizzabile condotta del lavoratore e tale da configurarsi come un fatto assolutamente eccezionale e del tutto al di fuori della ordinaria prevedibilità.

Avvocato Sergio Carozza

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