Intervista a uno dei quasi 500.000 candidati che tra poche settimane saranno alle prese con un esame “anomalo”

Pandemia e quarantena hanno stravolto la vita quotidiana di ciascuno di noi: completamente cambiati il nostro animo, il modo di lavorare e le modalità di studio. L’istituzione scolastica, come «dimensione sociale fondamentale» per i ragazzi, è stata colpita da una «ferita epocale», riprendendo le parole recentemente pronunciate dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Ho provato a raccogliere i pensieri di un rappresentante dei quasi 500.000 giovani che tra poche settimane, a partire dal 17 giugno 2020, sosterranno l’esame di Stato: uno studente dell’ultimo anno presso il Liceo Classico Statale Vittorio Emanuele II – Garibaldi di Napoli, istituto partito immediatamente con la didattica a distanza.

«Che peso ha avuto, per te, la didattica a distanza?»

«I ragazzi del quarto e del quinto anno hanno beneficiato maggiormente di questo tipo di didattica perché siamo già strutturati, abbiamo un metodo di studio già acquisito e quindi ci siamo orientati meglio. Ciò non ha escluso diversi svantaggi rispetto alla normale lezione in aula: problemi tecnici di connessione, vedersi in video senza il contatto fisico, la cui importanza si è riscoperta in quanto la scuola non è solo un luogo di acquisizione di nozioni ma anche un luogo di scambio, un luogo con un valore sociale, dove si creano delle relazioni che forse diamo spesso per scontate e la cui assenza ora si è fatta sentire. Gli insegnanti, però, con la didattica a distanza, si sono umanizzati rispetto a prima!

Le spiegazioni sono state sempre efficaci; compiti e interrogazioni, al contrario, sono risultati più difficili. Il maggior limite è che l’applicazione per tante ore di seguito al pc stanca, almeno è la mia personale sensazione, e trovo che tende a creare più facilmente un calo di concentrazione, quindi risulta quanto mai necessaria una pausa tra una lezione e l’altra.»

«È un tempo di bilanci: rispetto alle tue aspettative, cosa più ti rimane dentro e cosa ti è mancato, di tutto il tuo corso di studi liceali?»

«Mi resta sicuramente che la scelta del liceo classico è stata una delle scelte più felici della mia vita: ho avuto modo di studiare proprio le materie che mi hanno sempre interessato molto, e questo interesse rimarrà, qualsiasi sarà la mia scelta per il futuro, perché sono diventate una parte del mio essere.

Qualche volta, invece, insieme ai miei compagni ho registrato il bisogno di uno sforzo maggiore di motivazione, di stimoli e dunque di entusiasmo, e questo da entrambe le parti: docenti e alunni. Per realizzare ciò, forse, potrebbe essere opportuno attribuire un maggior peso alla meritocrazia, attribuzione che, talvolta, non mi è apparsa del tutto adeguata.»

«Nel bilancio ha rilievo, naturalmente, anche un elemento di grande attualità: la modalità dell’esame finale.»

«Innanzitutto mi fa molto piacere che sia quasi ufficiale che il Ministero abbia approvato l’esame orale in presenza. Ritengo che la maturità sia un rito di passaggio, fondamentale per noi: segna la fine di un ciclo quinquennale assai significativo per la conoscenza fatta di nozioni acquisite ma anche di interrelazioni create, e che quindi debba essere chiuso degnamente. Il nostro esame, in particolare per il fatto che non vedrà prove scritte, risulta destabilizzante: è un’aspettativa delusa. È il sintomo di una situazione di difficoltà, da cui, però, possiamo trarre di buono una spinta maggiore a fare bene.

L’esame di quest’anno non sarà certo paragonabile a quello degli anni precedenti ma ciò non vuol dire affatto che debba sminuire l’importanza di tutti e cinque gli anni, e soprattutto dell’ultimo triennio; difatti sono valutati i crediti che vengono attribuiti durante i tre anni. Quindi potremo essere ampiamente valutati sulla base di quanto abbiamo fatto lungo l’intero percorso. Anzi, per gli alunni potrebbe essere una motivazione in più per dimostrare di valere in quanto persone che, anche nelle difficoltà, sono riuscite a reagire e che, comunque, hanno voluto chiudere anche meglio di quanto avrebbero fatto in una condizione di normalità. Almeno questa è la mia prospettiva…»

«Cosa ne pensi della commissione con membri interni e solo il commissario esterno?»

«Data la situazione eccezionale, penso che sia una scelta giusta e necessaria. In condizioni normali, viceversa, ritengo più valido sostenere l’esame con commissari che non ti conoscono: il candidato finisce un ciclo e deve dimostrare la maturità, deve fare un salto di qualità, provando quel che è anche di fronte a persone estranee, quali appunto i commissari esterni. Si tratta di una proiezione verso l’età adulta, che ti induce a imparare a superare gli ostacoli che ti si possono presentare.»

«Se potessi, cosa cambieresti di tutto l’impianto degli esami di Stato?»

«Cercherei di ridare più importanza all’esame in sé, cosa che, paradossalmente, quest’anno forse sta avvenendo: a causa della particolarità della situazione generale, mi sembra che l’esame di Stato abbia provocato un dibattito più acceso, che gli altri anni non c’è stato. L’esperienza di oggi potrebbe essere positiva, e non poco, per riscoprire il valore di quest’esame, non limitato al solo momento in cui il candidato conclude “individualmente” il proprio percorso di studi, e non solo in modo puramente formale ma nella maniera più veritiera possibile, riattribuendo a esso una più giusta e adeguata proiezione esterna e valenza sociale che, viste anche le “generose” percentuali di promozione degli ultimi decenni, pare abbia in parte smarrito.»

«Cosa non dimenticherai forse mai di questo periodo di isolamento, relativamente alla tua vita in generale e in relazione allo studio?»

«Questa eccezionalità, di sicuro insegnamento per il futuro, ci ha fatto capire che viviamo in una realtà in bilico, non sempre piena di certezze, e che bisogna essere più forti d’animo per riuscire a superare al meglio le difficoltà. Ne usciremo migliori o peggiori? Non so, ma credo che comunque, per il dopo, ci sono innumerevoli opportunità da sfruttare: possiamo fare moltissimo, ripartire, rivedere cose che ci hanno bloccato negli ultimi anni, sfruttando ogni possibilità. Spetta a noi, con la volontà di tutti di mantenere l’entusiasmo iniziale nel rimboccarci le maniche alla ripresa. Certo non sarà facile: il percorso che ci aspetta sarà durissimo.  

Per quanto riguarda lo studio, non dimenticherò che ho riscoperto, dopo 13 anni a scuola, ciò che avevo iniziato a dare per scontato, anche nel rapporto con i miei compagni. Vederci in video mi ha ricordato tutto quello che facevamo a scuola con grandissima normalità e che invece improvvisamente ci è stato sottratto. Perciò la didattica a distanza è stata una fortuna: nonostante alcuni punti di criticità, e nonostante innanzitutto il distanziamento fisico, che nell’insegnamento è condizionante, si è rivelata fondamentale.»

«Quali sono i tuoi piani per il prosieguo?»

«Sono ancora incerto ma con ogni probabilità mi orienterò verso lo studio della Giurisprudenza, che mi permetterebbe una formazione più votata alla vita della comunità. Grazie agli studi di questi anni al liceo, ho scoperto quanta importanza le civiltà antiche dessero alla vita sociale, intesa come progresso attraverso il dibattimento di tesi contrapposte. Considero la dialettica parte essenziale della vita degli uomini e vorrei poter svolgere una funzione vicino allo Stato: rendermi utile, concretamente, per la società del mio Paese.»

Luciana Pennino