La Bellezza salverà Napoli: intervista a napoletani, per nascita o per scelta, che producono Bellezza

Era de maggio, il 20, del 1950: nasceva a Napoli, con un nome di battesimo che non ha nulla di napoletano. La sua preferita è proprio la famosissima melodia napoletana che parla in modo struggente del mese della sua nascita. Occhi della tinta che ha il cielo quando è beato, incastonati in un volto magro e segnato e affascinante. Erri De Luca, uno dei nomi più popolari della narrativa contemporanea: ricerca la “precisione del vocabolario”, in una scrittura fatta di memorie, armonica e suggestiva.

Un uomo che nel mondo e nel presente ci sta, e agisce: militanza politica; volontario nei Paesi dell’Est come autista di convogli; dal 2011 una fondazione porta il suo nome e si occupa, principalmente, di sostenere progetti legati alla migrazione e, in senso più ampio, partecipa “ai grandi cambiamenti della nostra epoca” (https://fondazionerrideluca.com).

Un uomo che crede nella potenza che La parola contraria ha dentro di sé. È stato incriminato per istigazione a delinquere, processato e poi assolto perché “il fatto non sussiste”, muovendo nel frattempo una valanga di solidarietà.

«Lei ha definito se stesso uomo non costante ma ostinato. Qual è stata, nella sua vita, l’ostinazione maggiore e cosa ha prodotto di positivo e cosa di negativo?»

«Sono diffusamente ostinato, non saprei fare una graduatoria, c’entra a volte un puntiglio per il quale sono disposto a rischiare la pellaccia, a volte c’entra la mia coscienza, come nel caso giudiziario che citava. Evito di attribuirmi la virtù della costanza, troppo elegante per me, mi riconosco nella sua sottomarca, l’ostinazione.»

Si è spesso dichiarato innanzitutto lettore e poi scrittore: grazie al suo papà, anch’egli accanito lettore e romanziere per diletto, che acquistava libri a vagonate, Erri De Luca ha letto un’enormità, sin da fanciullo e da adolescente, quando viveva a Napoli.

«Perché leggeva tanto? Cosa le dava la lettura?»

«Lo facevo per temperamento rattrappito e per niente socievole, cercavo di isolarmi e la stanza dei libri di mio padre, in cui dormivo, era insonorizzata grazie alle cataste di libri alle pareti. Prima ancora di saperli leggere, li consideravo accoglienti. Poi mi hanno consentito il massimo di distanza dall’ambiente intorno. Erano una fortezza, un arrocco, insomma un sistema difensivo.»

Uno scrittore che scrive a mano, «su fogli a righe, sennò vado storto» e ricopia il testo un paio di volte: dal 1989 a oggi ha pubblicato più di settanta volumi tra romanzi e raccolte poetiche, senza contare gli scritti per il teatro e per il cinema e le traduzioni.

«Oltre a leggere, lei ha iniziato anche a scrivere, pur senza l’idea di pubblicare. E l’ha fatto anche quando militava in Lotta Continua, quando lavorava per mantenersi, facendo il muratore, lo scaricatore in aeroporti, l’operaio. Cosa urgeva in lei al punto di non resistere alla scrittura?»

«Mi teneva compagnia scrivermi una storia e poi mi riscattava una piccola parte del giorno consumato dal lavoro manuale. In quegli anni la scrittura era il mio tempo salvato, che da solo mi dava una giustificazione: non l’avevo del tutto perduto, il giorno, se in fondo rimaneva una pagina, rimuginata nelle ore di forza lavoro. Perciò per me la scrittura non è un lavoro, ma il suo felice contrario.»

«Dal suo papà ha assorbito anche la passione per la montagna, giusto? Cosa le racconta la montagna?»

«Mio padre, napoletano, è stato nel corpo degli alpini durante la seconda guerra mondiale, sulle montagne della Grecia. Ha taciuto di quegli anni, ma ha riportato un repertorio di canti di montagna e una gratitudine per quegli alti paesaggi, che gli hanno permesso di guardare alla bellezza e all’indifferenza della natura. In montagna ho approfondito, rispetto a lui, la scalata. Ha saputo prima di morire che già progredivo sulle difficoltà alpinistiche. Il mio corpo è adatto alle pareti verticali, il mio temperamento è adatto al vuoto. Anche in montagna, come nei libri dell’infanzia, mi procuro una distanza.»

Conosce e studia varie lingue – ebraico antico e yiddish, poi russo, francese, inglese, spagnolo – e alcune le traduce anche; ma prima di tutte ci sono il napoletano e l’italiano.

«Spesso ha precisato di non essere uno scrittore italiano bensì “scrittore in italiano. Perché è lingua seconda, messa accanto e in sordina rispetto alla prima voce, il napoletano. L’italiano è una lingua raggiunta, la amo. Per l’altra non uso il verbo amare. Al napoletano voglio bene e lui pure me ne vuole”. Cosa l’ha spinto verso le lingue straniere, lingue anche così poco diffuse?»

«Ogni lingua studiata ha un suo movente. Greco e latino del liceo mi hanno avviato alla dimestichezza con vocabolari e alfabeti. Ho studiato per mio conto le altre: l’ebraico antico per leggere il testo fondatore del monoteismo nella sua lingua di origine, la lingua yiddish perché era il solo atto di riparazione alla portata di uno che è nato a sterminio fatto e lingua ammutolita, il russo per amore della poeta Marina Zvetaeva e dello scrittore Isaac Babel. Inglese è la lingua di mia nonna, il francese è la lingua in cui sono stato adottato come scrittore italiano. Il kiswahili perché ho passato un periodo di lavoro volontario gratuito in Tanzania, nei miei trent’anni.»

«A proposito di lingue straniere, i suoi libri sono stati tradotti in oltre trenta lingue e lei ha ottenuto premi, e tanti, all’estero ma non in Italia: nemo profeta in patria o cosa?»

«Fin dall’esordio ho chiesto al mio editore di non spedire i miei libri ai concorsi letterari. Sono stato rispettato in questa volontà di astensione. Considero premio letterario l’incontro casuale con una persona che ha letto una mia storia, l’ha apprezzata e tiene a farmelo sapere. Di questi premi letterari ne ho ricevuti molti.»

«Le ho sentito dire che le sue storie nascono da una mancanza e le forniscono una possibilità alternativa…»

«Racconto pezzi di vita svolta, mia e di persone incontrate, movente è il ricordo improvviso. Manco di memoria, dimentico. Quando ricevo il dono di una storia passata, la trattengo scrivendola. Così posso offrire una seconda possibilità alla vita accaduta, svolgersi di nuovo ma più densamente, in un tempo più concentrato. La scrittura è una macchina del tempo.»

Il padre lo ha condotto alla lettura e alla montagna; dalla madre ha imparato il canto, o quantomeno a essere intonato (!), ed è lei che respira nel suo primo romanzo, Non ora, non qui, pubblicato nel 1989 da Feltrinelli  ̶  senza, peraltro, che cercasse minimamente un editore   ̶  e negli ultimi anni della sua vita hanno condiviso molto.

«Le va di raccontarmi qualcosa di sua madre?»

«Mia madre ha abitato con me per i suoi ultimi 19 anni, dopo la morte di mio padre. Abito in campagna e per lei è stato un esilio. Leggeva le mie pagine quando erano pronte, mi dava il suo parere di lettrice accanita di Proust, che io non so leggere. Comprava tre quotidiani, ascoltava la radio, mi informava su quello che succedeva e sulle sue opinioni. La sera vedevamo insieme un film alla televisione, il giorno dopo mi raccontava il secondo tempo, perché io crollavo di sonno dopo il primo e andavo a dormire. Non sono stato di buona compagnia. Mi è morta in braccio.»

«Lei non ha figli. Per scelta o per caso, chissà. Le posso chiedere come ci fa i conti? Secondo lei, un uomo che non è padre, rimane forse sempre figlio, più figlio di chi invece è diventato padre? (ovviamente lo stesso potrebbe valere per una donna…)»

«Sono rimasto figlio, ovviamente orfano data la mia età. Credo che chi diventa padre si affranca dalla condizione di figlio, così vuole la vita che prosegue. Io da figlio incallito non faccio caso alle generazioni: un anziano, un bambino, un giovane, sono miei coetanei, condividiamo provvisoriamente lo stesso tempo. Ho scritto una storia, “Il giro dell’oca”, in cui evoco un figlio mai avuto e a forza di evocarlo me lo sono trovato come interlocutore nella scrittura che stavo facendo. Non è stata una seduta spiritica, è stata al contrario una incarnazione.»

Ha lasciato Napoli dopo «mille settimane di residenza, tante servono a fare diciott’anni». Napoli è comunque sempre presente nei suoi libri e quando Napoli chiama, lui risponde; recentemente ha espresso con ammore le sue motivazioni a sostegno della candidatura di Napoli a capitale del libro.

«Ma dal momento in cui si è allontanato da Napoli, dove sta, rispetto a lei, la città da cui proviene?»

«Sta nella lingua che parlo con me stesso, nelle canzoni che ripeto quando viaggio in auto, sta nel mio sistema nervoso che è teso sulla tensione della città in cui sono cresciuti tutti i miei centimetri. I miei genitori sono napoletani. Vengo da Napoli, un’origine indelebile che mi protegge come un salvacondotto.»

«Le interviste di questa rubrica si chiudono con la stessa domanda, quindi le tocca! Qual è, secondo lei, la cosa che più manca a Napoli per vivere bene o almeno meglio?»

«A Napoli, oltre al lavoro, non manca nulla, c’è qualche sovraccarico che andrebbe alleggerito.»

«Era una finta… non era l’ultima domanda! Ancora questo, per favore: cosa desidera per Erri, “ora, qui”?»

«Desidero comportarmi bene qui e ora giorno per giorno, senza promesse, giuramenti. Mi assegno per compito un verso di Pablo Neruda:

Io non sono venuto qui per risolvere nulla.

Io sono venuto per cantare

e farti cantare con me.»

Luciana Pennino

La foto di copertina è stata realizzata da Riccardo Siano che l’ha gentilmente messa a disposizione di Napoliflash24 per questa intervista.