Abbiamo accennato in un post precedente alla figura del grande Libero Bovio, ripromettendoci di tributargli il giusto omaggio. Il Grande Poeta non poteva non collaborare che con altri Grandi e uno tra i Grandi è senza ombra di dubbio Ernesto Tagliaferri che con Bovio costituì un binomio inscindibile di grande successo.
Dai nn°12-13 de LA TORRE – 29 Agosto 1966 a cura di Raffaele Raimondo traggo alcune considerazioni biografiche che evidenziano lo splendore umano e artistico del personaggio.
Ernesto Tagliaferri nacque a Napoli il 18 novembre 1888, nel popoloso e popolare borgo di S. Antonio Abate. Il padre, Giuseppe, faceva il barbiere e, pur essendo la sua bottega di pochissimi metri quadrati di superficie, la chiamava «Salone».
Era suo vivo desiderio che l’unico figliolo intraprendesse il mestiere paterno, mentre il rampollo provava, e lo dimostrava in tutti i modi, una formidabile antipatia per i rasoi, i pettini, le forbici e le coramelle. Infatti, raggiunta una certa età, «Ernestone» (era alto quasi due metri) invece del «Salone» frequentava il Conservatorio di Musica di S. Pietro a Maiella.
Dopo il conseguimento del diploma, vinse il concorso per un posto di primo violino al Real Teatro di San Carlo. Nel 1912 Ernesto compose la musica per una «Rumanzetta militare» su versi di E. A. Mario, tanto per affilare le armi. L’ingresso ufficiale, nel mondo della canzone, avvenne nel 1915, quando musicò una poesia di Libero Bovio «Napule Canta».
“Pusilleco se stenne
quase straccquato
‘ncopp’ò mare d’oro
comme a ‘nu ninno
ca se vo addurmì…”.
Nel 1920 sulla collina di Posillipo costruirono un grande parco. Aprirono nuove strade e fu necessario devastare un’estesa zona fino al Capo. Furono abbattuti alberi, casette coloniche, furono distrutti giardini. Ernesto Murolo (l’altro Grande Ernesto) addolorato per tanto «scempio», esprimeva il suo rammarico ad Ernesto Tagliaferri che, dopo averlo ascoltato, condividendo l’indignazione, disse: “E’ finito tutto, Ernè!…Napule se ne va!…”. Murolo ripeté fra le labbra: “Napule se ne va!…”. I loro sguardi s’incontrarono. Nei loro occhi velati di tristezza guizzò il sorriso, si compresero, così venne fuori “Napule ca se ne va!…”
“E ‘a luna guarda e dice
si fosse ancora overo
Chisto è o popolo è ‘na vota…
gente semplice e felice
Chisto è Napoli sincero
ca…pur isso se ne va”.
Ha inizio quella felice collaborazione fra i due «Ernesti» che dovevano lasciare a Napoli ed al mondo un patrimonio artistico di così grande valore. Le canzoni le traevano dal vero. La più bella, immensamente bella fu «Mandulinata a Napule»:
“Sera d’Està! Pusilleco lucente
canta canzone, e addora d’erba e mare…
voglio ‘e parole cchiù d’ammore ardente
Voglio ‘e parole cchiù gentile e care
pe ddi:… «Te voglio bene…» a chi me sente”.
Posillipo è l’ingrediente base delle loro canzoni. Evidentemente i «due Ernesti» erano innamoratissimi della virgiliana collina. Quindi non poteva mancare «Piscatore e pusilleco»
“Dorme ‘o mare…O bella viene!
Ncielo à luna seglie e va
Vita mia!
Vita mia….me vuò bene?
Ca si è suonno…Nun farme scetà”.

Ernesto Tagliaferri
La vita di Ernesto Tagliaferri fu intensa. Oltre alla composizione, egli doveva preparare l’orchestrazione e i cantanti, fra i quali anche le «stelle» di prima grandezza.
Elvira Donnarumma, negli ultimi tempi non cantava se l’orchestra non era diretta da Ernesto Tagliaferri. Era il più conteso direttore d’orchestra. Il suo nome sulle locandine teatrali era indice di sicuro successo. Nei versi di Murolo e nella musica di Tagliaferri (allora la musica esprimeva proprio quello che i versi volevano esprimere) non esistono ombre. Sono tanti inni all’amore, alla semplicità, alla sincerità. Lo scenario che incornicia le canzoni è sempre Napoli con il suo mare e con il suo cielo, lucente di giorno, stellato di notte, come in «Qui fu Napoli»:
“…Fuoco e zuccaro ‘o mellone
ce stennimmo ‘nterra arena…
neve e ‘sprin int’ ‘o giarrone
‘ncielo ‘e stelle e ‘a luna chiena..”
Da noi l’esterofilia è stata sempre la forma più deleteria, specialmente nel campo musicale. Nel 1925 fu il caso di «Valencia» e «Paquita». Finché durerà il mondo, nessuna canzone avrà mai il successo e la popolarità di «Valencia». Fu una follia universale. L’autore fu uno spagnolo: Josè Padilla, da qualche anno scomparso. Fu allora che in chiave polemica nacque «Tarantella Internazionale». Era l’estate del 1926.
“Quà spagnola? quà americana?
Ma s’ ‘o credono o fanno apposta?
Chest’è musica paesana!!!
Chest’è ppane d’ à casa nosta!
Chest’è Napule quann’abballa
… Tarantella… tarantè…”
E quante altre ancora: “Nun me scetà”, “Adduormete cu mme”, “Ammore canta”, “‘A Canzona d’à felicità”, “‘O Cunto è Mariarosa”, “Quanno ammore vo filà”, “‘ A Canzone d’e stelle”, “Vela a mmare”, “Napule e Surriento”, “‘Mbracce a tte”…tutti versi di Ernesto Murolo.
Un patrimonio inestimabile!
Con la fondazione della Casa Editrice «La bottega dei 4» (Bovio – Lama – Tagliaferri – Valente) il Maestro riprese la collaborazione con Libero Bovio.
Frattanto era venuto ad abitare a Torre del Greco.
La morte lo aggredì di sorpresa una mattina sulle scale di casa, mentre usciva per recarsi a Napoli, proprio alla «Bottega dei 4». Pareva che la sua forte fibra volesse resistere al male, invece il 6 marzo 1937 il grande cantore di Napoli, l’«arpa di David», come lo definì il poeta Tullio Gentile, tacque per sempre. Aveva poco più di 48 anni.
Un grande cuore composto di mammole fu messo al suo fianco. Era stato inviato da , da New York.
L’ultima canzone fu postuma. Alcuni appunti ritrovati dopo la sua morte furono rielaborati da Nicola Valente e Bovio adattò i versi. La canzone si chiamò: «Chitarra nera» e fu quasi un testamento spirituale dello scomparso:
“Cumpagne mieie cantate sottavoce
pecchè stu core tanno trova pace
quanno ‘na stella mmiezzo ‘o cielo luce
quanno ‘a canzone ‘e Napule è felice…
Cumpagne mieie cantate sottavoce”.
Egli riposa sull’alto della collina di Poggioreale. Il busto di bronzo che lo raffigura in maniera perfetta (opera del prof. Giuseppe Palomba) volge le spalle alla città. Sembra che le abbia voltate di proposito in segno di dispetto verso la sua amata Napoli che “napulitano nun canta cchiù”.
Direbbe oggi Murolo: “Ernè! Napule se n’è andata davvero!!!”.

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