La Bellezza salverà Napoli: interviste a napoletani, per nascita o per scelta, che producono Bellezza

40 ma non li dimostro” è il titolo che darà a un seminario per i suoi quarant’anni di teatro. Il suo esordio, infatti, risale agli anni ‘80. Una laurea in filosofia, un inizio da docente e poi la scelta tra insegnamento e teatro.

Enzo Moscato, scrittore, attore, drammaturgo, regista, cantante: insomma, un uomo profondamente di cultura.

Con la sua voce sottile ma corposa, vivace e accattivante, si racconta un po’ a me, a partire dalla lingua, o meglio dalle lingue, che ha creato e che rendono il suo teatro unico, procurando suggestioni e facendo parlare una Napoli antica e attuale all’un tempo.

«Non so se ho costruito delle lingue, direi meglio che sono io a essere costruito dalle lingue. Ho una spiccata predilezione a essere attraversato, a essere riempito dalle lingue, e non a caso parlo al plurale, perché anche quando scrivo in napoletano mi capita sovente di usare una lingua napoletana sempre diversa dalla precedente o da quella che sarà poi. Forse c’entra la mia formazione culturale, nel senso che avendo frequentato una facoltà umanistica, tra le prime cognizione acquisite, ci sono state quelle della filologia romanza. Fu proprio il primo esame che sostenni e che mi fece capire l’importanza e il piacere di ragionare sulle lingue e sui linguaggi. Quindi, prima ancora delle trame e dei plot che scrivo, quello che esprimo immediatamente è un certo tipo di linguaggio. Ma dagli esordi a oggi, c’è un unico substrato sonoro significante che lega tutto ciò che ho scritto ed è la melodia, le modulazioni napoletane, che poi ho utilizzato anche nelle canzoni. Proprio appartenere alla genia napoletana mi ha dato la possibilità di maneggiare queste sonorità linguistiche. Napoli viene fuori col suo dialetto anche perché è stata invasa e posseduta da popoli stranieri per secoli, perciò il napoletano non è una lingua, al singolare, ma più lingue in uno stesso contenitore. Anche se attraversi il territorio cittadino, trovi i cosiddetti idioletti, ovvero delle sottolingue, quelle dei rioni, addirittura dei caseggiati, a volte. Sicuramente la lingua è uno dei protagonisti, se non il protagonista assoluto del mio teatro

«Il tuo è un teatro da indipendente: che costo paghi?»

«Un costo alto, a qualsiasi livello! Ma io devo seguire la mia vocazione. Anche chi lavora con me, è messo davanti a una serie di difficoltà. Ma chi si rivolge al teatro è motivato da una scelta precisa, da una vocazione potente. E io cerco sempre di ricordare la grande lezione dei nostri capostipiti, di Scarpetta, di Viviani, di Eduardo, che, seppur diventati famosi, hanno avuto una vita irta di difficoltà: il loro teatro era associato a povertà, a fame, a una cattiva esistenza… era difficoltoso allora e lo è oggi, con l’unica differenza che all’epoca non c’erano tante altre tentazioni, e parlo di cinema e soprattutto di televisione. E poi la grande determinazione rendeva le difficoltà meno importanti.»

«Prolifico e generoso nello scrivere, c’è un testo, tra i più di cento che hai prodotto, a cui sei legato da un rapporto d’Amore?»

«No, non c’è un testo che amo di più, ma forse tengo maggiormente a quelli che hanno avuto un’accoglienza più tiepida laddove invece io ci avevo molto creduto, e ci credo ancora. Per esempio Festa al celeste e nubile santuario ha avuto ben tre edizioni, mentre altri lavori, per me estremamente validi, probabilmente ambiziosi, li ho dovuti mettere in scena per pochissime repliche, magari perché avevo anticipato troppo i tempi e il pubblico non era pronto.»

«Ma com’è, a tuo parere, chi frequenta il teatro oggi?»

«Mediamente il pubblico si è abbassato molto, culturalmente. Dato il mio carattere, ci rido sopra e faccio ridere, perché qua e là le stoccate le mando, in qualche modo. Per una persona che ha avuto una formazione filosofica e umanistica, vedere il teatro della propria città nelle condizioni in cui è, avvilisce parecchio: l’ignoranza oramai regna suprema perché la scuola, come istituzione, sta mollando, sta demordendo. Il libro, come mezzo fondamentale per aprire i propri orizzonti, è scomparso. Io sono stato un ragazzino di estrazione popolare, provengo dai Quartieri Spagnoli, da una famiglia semi analfabeta, e se ne sono venuto fuori, è proprio perché, in un momento della mia vita, ho incontrato il libro, sottraendomi all’ignoranza e andando incontro al teatro, e costruendomi anche una dimensione civica. Erano gli anni ‘50 e andavano in onda gli sceneggiati tratti dai grandi capolavori letterari internazionali: Orgoglio e pregiudizio, Jane Eyre, Piccolo mondo antico, e così, dopo l’esperienza visiva e auditiva, mi veniva il desiderio di leggere i romanzi. In questo caso la televisione ha innescato in me il gusto per la lettura e per la letteratura, ma allora era un’altra televisione, istruttiva, simbolo di un’Italia che si voleva alzare dopo la guerra, il fascismo, la distruzione.»

«Quanto soffri e quanto gioisci quando scrivi e quando vai in scena?»

«Quando scrivo gioisco tantissimo, quando sono in scena soffro tantissimo. Perché quando scrivo sono solo, con la mia fantasia, la mia immaginazione e non devo dar conto a nessuno; sono in contatto col mio referente storico, quello che mi ha preceduto, i grandi autori che ho letto, coloro che avrei voluto imitare. Nel momento della creazione, bellissimo, viene fuori quello che il tuo inconscio desidera che venga fuori. Altra cosa è il lavoro scenico, che è pesantissimo: anche se l’arte dell’attore è proprio far sembrare questo impegno leggero, volatile, in realtà è tremendo. Non sono mai felicissimo di essere in scena… se poi pensi che le opere che mi hanno dato maggiore notorietà sono i monologhi, ricorda Luparella, Compleanno, Cartesiana, la fatica è tanta: i ritmi su cui si basa tutta la performance, e che 30 o 40 anni fa era facile avere, ora sono più complicati da tenere. Il teatro è fatica, studio, applicazione, approfondimento, sacrifici e anche delusioni; i grandi maestri del passato si sottoponevano a un lavoro di sottrazione, e quasi di geometrizzazione della loro natura, che era quasi di una matematica booleana

Per ben tre volte ha ricevuto il maggiore riconoscimento del mondo teatrale italiano, il Premio Ubu, e l’ultimo, alla carriera, lo ha ritirato a gennaio 2019. Ma quando racconta del suo primo premio, è davvero emozionante.

«Il Premio Riccione… Lo vinsi nel 1985, all’unanimità, con Piece Noire, e provocò una vera e propria rivoluzione per me! All’epoca era un premio molto importante per la drammaturgia italiana, vinto, nella prima edizione, da un autore del calibro di Italo Calvino; io avevo solo 34-35 anni, facevo teatro da cinque, e mi sconvolse la vita. Dopo dovetti andare dallo psicanalista… Fino a quel momento il teatro era di contorno alla mia attività di insegnante, anche il tempo dedicato era parziale. In quegli anni scrissi grandi testi come Scannasurice, Trianon, Festa al celeste e nubile santuario, ma si trattava di un’opera all’anno, messa in scena per 10 giorni in teatri napoletani come il Sancarluccio o l’Ausonia. Grazie a questo premio, invece, e all’incontro con Franco Quadri, grande personalità della critica teatrale, all’epoca direttore artistico del premio, dovetti operare una scelta definitiva ed esclusiva. “Che vuoi fare?”, mi disse Quadri; “Il teatro ti chiede!”. Fu Maria Luisa Santella ad accompagnarmi a ritirarlo, perché io non conoscevo nessuno; infatti lì incontrai per la prima volta i tanti personaggi che mi avevano attribuito il premio, che colsero la mia ingenuità ma mi fecero anche capire che dovevo assumermi una responsabilità per il teatro. Ebbi 10 milioni e, lì per lì, pensai “Marò, e quando li ho mai avuti, 10 milioni nella vita?”. Ma davvero non era per i soldi, che ero sconvolto: si trattava di un premio che era stato vinto da un’infinità di persone importanti prima di me. Ecco, posso dire che questo premio mi ha buttato fuori da Napoli, come un figlio espulso dal ventre materno

E da lì in poi una sequela di altri premi, poi gli incarichi di direzione artistica per il Teatro Mercadante Stabile di Napoli (2003-06) e per il Festival Internazionale di Teatro – Benevento Città Spettacolo (2007-09), e ancora incarichi di docenza per master, per corsi e laboratori di drammaturgia e di scrittura teatrale, oltre a seminari e incontri di approfondimento sul Teatro di Enzo Moscato in svariati teatri e università italiane ed europee, lectio magistralis e conferenze in giro per il mondo.

Foto di Fiorenzo de Marinis

«Diciamo che dopo la morte di Eduardo, avvenuta nel 1984, con Annibale Ruccello, che vinse due Premi IDI, uno nel 1985 e un altro l’anno seguente, con Manlio Santanelli, con me e con altri giovani artisti molto colti, certamente non degli sfaccendati, è venuta fuori una nuova drammaturgia che è diventata nazionale e internazionale; un teatro nuovo che ha mantenuto fede alla parola data dai nostri avi.»

Quindi, nel rispetto della tradizione ma con uno sguardo lontano, con il respiro dell’innovazione. All’opposto della modernità, invece, è una sua abitudine caratterizzante…

«Ho sempre scritto a mano. Per me il computer non esiste. La scrittura rimane un’arte artigianale, ne ho un bisogno fisico: il fattore amanuense è imprescindibile. Dico sempre agli allievi dei miei seminari, “provate a sentire il peso della penna tra le dita, l’importanza del giro grafico della parola che nasce dalla penna”. Ho bisogno di cancellare, ho bisogno di inciuci… sono ottocentesco, mi sento molto vicino a Balzac!»

Come tutti i napoletani è superstizioso, «e lo sono doppiamente, da napoletano e da teatrante. La superstizione è una pratica magica, è un tentativo di allontanare il demone del negativo… trovo che sia una cosa normale, se non sfocia nella malia». Ed è anche estremamente riservato. «Ho sempre fatto un netto distinguo tra la vita pubblica e quella privata, perché tengo molto alla mia zona non nota, tutta mia, altrimenti non mi rimane niente. Ho rifiutato tante offerte nel cinema e in televisione, preferendo il teatro: il teatro è prezioso perché, rispetto al pubblico, mantiene sia la vicinanza che la distanza, mentre gli altri strumenti comunicativi ti entrano nelle vene, sotto pelle, ti invadono e ti fanno perdere te stesso. Alcuni miti ancora perdurano, come quello di Greta Garbo, proprio perché a un certo punto lei si è proprio negata fisicamente. Il mistero che l’artista deve mantenere, c’adda sta!»

«Pur avendo uno spirito contaminato da culture straniere, hai scelto di rimanere a Napoli. Perché?»

«La mia storia personale e familiare mi ha fatto operare questa scelta, ma forse mi è venuto incontro anche il fatto che ho iniziato a viaggiare molto per portare il mio teatro all’estero e quindi, trascorrendo molto tempo lontano, quando rientravo, non solo non mi costava rimanere a Napoli ma anzi ne avevo, e ne ho ancora, piacere. Abbiamo girato molto, siamo arrivati anche in Giappone, in Sud America, e questo mi ha aiutato a tollerare la città: ormai detesto tutto ciò che Napoli è e adoro tutto ciò che Napoli era. Lo dico sfacciatamente: sono un uomo abitato dalla nostalgia. Napoli, negli anni ’40, ’50, ’60, ha avuto una pletora di scrittori di grandissima importanza, pensiamo alla Ortese, alla Ramondino, a Rea, a Prisco, una grande letteratura made in Neaples: tutti autori che hanno scelto di non trapiantarsi definitivamente in un’altra città. Probabilmente il fatto di essere dentro e fuori, da Napoli, ti aiuta a rimanerci.»

«E secondo te, qual è la cosa che più manca a Napoli per vivere bene o almeno meglio?»

«Mah, ci vorrebbe una risposta molto composita che non potrebbe prescindere dall’analisi di tutta la serie di malversazioni e di storpiature storiche che il meridione e Napoli hanno subìto nei decenni e che hanno portato alla condizione attuale. Ma accettarci per ciò che siamo è pericoloso, perché si rischia di diventare passivi, assumendo ancora di più un atteggiamento fatalista. Credo che un po’ di cultura in più e un po’ di consumismo in meno forse ci farebbe vivere meglio. Pasolini negli anni ‘70 aveva l’illusione che Napoli si sarebbe salvata dall’omologazione consumistica: si è sbagliato. Il problema è che qui non c’è mai stata una borghesia illuminata e potente che ha messo a posto le cose. C’è stata sempre una borghesia parassitaria, che ha pensato ai fatti suoi. Quindi Napoli, rispetto ad altre città, ha sempre una marcia in meno, anche da un punto di vista civico.»

E il cerchio in qualche modo si chiude, tornando a uno dei temi iniziali della nostra chiacchierata: «Si deve riprendere a leggere e a studiare. Io devo dire grazie ai miei Maestri e agli insegnanti!»

«E io dico grazie a te, Enzo, per i tuoi racconti! Spero di non tradire le tue parole, trascrivendole nell’intervista.»

«La vera fedeltà è sempre nello spirito e mai nella lettera.»

Luciana Pennino

La foto in evidenza è di Cesare Accetta.