A quasi quattro anni dalla morte di Alessandra Madonna, la ventiquattrenne di Melito che sognava di diventare un’assistente sociale, l’Università Suor Orsola Benincasa ha organizzato una cerimonia di consegna delle borse di studio istituite in sua memoria.

All’iniziativa sono intervenuti alcuni esponenti della società civile che si adoperano per contrastare la violenza, soprattutto quella di genere, attraverso la formazione, a cominciare dai due universitari che concluderanno il proprio percorso accademico grazie alle borse di studio dedicate ad Alessandra. Si tratta di Emmanuele Palumbo, educatore professionale per minori presso il Centro “Regina Pacis” di Napoli e di Sara Staiano, operatrice sociale specializzata nel servizio di assistenza domiciliare ai minori nella Cooperativa Prisma di Meta. Di violenza, intesa come fenomeno trasversale, si è riflettuto durante l’iniziativa intitolata “L’emergenza pedagogica della violenza di genere” e tenutasi ieri pomeriggio nella Biblioteca Pagliara dell’ateneo. L’accento, più che sulla normativa, è stato posto sul rinnovamento socio-culturale che passa dalla consapevolezza di chi siamo. Si è preso atto del fatto che la responsabilità del fenomeno del femminicidio non è solo di chi commette l’azione violenta ma anche della comunità che non ha generato buone prassi volte a ostacolare i tentativi, verbali e fisici, che, col tempo, trasformano un aggressore in un omicida. Se oggigiorno si parla di “emergenza” è perché le istituzioni non hanno saputo fronteggiare, a livello normativo e non solo, il fenomeno. Il fattore educativo è indicato come il primo rimedio davvero utile a fronteggiare l’allarme derivante da quella che viene definita come una “patologia sociale”. E’ stato sottolineato che, nei primi tre mesi del 2021, si contano già tredici casi di femminicidio, di cui l’ultimo è avvenuto proprio a Napoli, ai danni di Ornella Pinto, docente di sostegno e madre di un bimbo, reso orfano dal suo stesso padre. Negli interventi è stato rilanciato un dato: il 31,5% delle donne, nel corso della propria vita, ha subito una qualche forma di violenza fisica o sessuale. A fornire la percentuale è l’Istat, secondo il quale, dal 1991 al 2019, sono aumentate le morti violente in ambito familiare. Quasi sempre a perdere la vita sono donne. Nel 98,3% dei casi, i condannati per omicidi commessi all’interno di dinamiche relazionali o amorose sono uomini. Nel 2019, su cento casi di donne ammazzate, i femminicidi sono stati novantuno. Di fronte a questi dati, la messa in sicurezza delle vittime di abusi e dei loro figli, l’assunzione di responsabilità e la decostruzione del modello patriarcale e maschilista sono importanti prassi che, da sole, non possono bastare a salvare vite. Se alla politica, tanto silente da sembrare disattenta e inerme, gli esperti, in attuazione dei piani di prevenzione, chiedono decisioni immediate a sostegno delle vittime, dalla magistratura si aspettano misure detentive unite a interventi rieducativi, per cercare di evitare che gli assassini, usciti dal carcere, possano tornare a commettere atti violenti. Secondo i dati forniti da Samuele Ciambriello, Garante dei Detenuti della Campania, nelle carceri campane 702 detenuti su 6400 sono stati condannati per maltrattamenti e reati sessuali. Ben cinquemila ragazzi, dai dodici ai diciotto anni, nel solo 2019 sono stati fermati per risse e reati simili, compiuti in una città come Napoli, che conta un milione di abitanti, centosettantottomila dei quali sono minorenni.

Oltre che per onorare la memoria della vittima attraverso gesti dalle ricadute concrete come l’intitolazione delle borse di studio, l’iniziativa dell’Unisob nasce anche per stimolare una coscienza critica in chi non fa niente per contrastare l’emulazione delle violenze di genere e non solo.