Settimana di sette feste,
questa è Napoli, punto e basta!
Passa il guappo con le maestre,
s’alza il grido dell’acquaiuol.

Ogni vicolo è un San Carlino
scene comiche e battimani,
lo scugnizzo fà il ballerino
sul fischiare del pizzaiuol.”

Questi sono i versi di Acquarello napoletano ed a queste parole si pensa quando si legge la lettera che Eduardo scrisse all’indomani della morte di Totó, l’Amico, quello con l’A maiuscola.

Entrambi  Figli Illegittimi. Eduardo era infatti frutto di una relazione clandestina del padre, il grande Eduardo Scarpetta. E Totó figlio naturale del Marchese de Curtis, riconosciuto dal padre solo all’età di 33 anni, Eduardo e Antonio…Eduardo e Totó, instaurarono un’amicizia che durò per tutta la vita. Oltre alla loro situazione, i  due ragazzi condividevano un’altra cosa: la passione per il teatro.

È una storia che comincia all’inizio del secolo scorso. Eduardo non dimenticherà mai quando, nei primi anni venti, mentre erano entrambi a Palermo, in tournée, ma con compagnie diverse, lui si ammalò, e dopo ogni spettacolo Totò andava a fargli visita per curarlo, preparandogli delle pezze calde da mettere sul corpo per alleviargli il dolore. Una sera, ricorda Eduardo, Totó lo fece ridere tanto da farlo star male e, scherzando, il commediografo napoletano lo voleva cacciare dalla sua stanza d’albergo.

La loro amicizia continuò solida durante la guerra e negli anni difficili del dopoguerra. Tuttavia, nonostante il loro legame, non avevano mai lavorato insieme. Ci volle uno dei più grandi produttori  del cinema italiano dell’epoca Dino del Laurentis che per Napoli Milionaria, una delle commedie indimenticabili di Eduardo, trasfomata in un film per il grande schermo, decise che ci doveva essere anche Totó. E questa fu l’origine di una delle scene più classiche del cinema italiano del dopoguerra: Totó che si finge morto con la “scolla” intorno al viso, sdraiato sul letto ed il commissario, interpretato da Enzo Turco, che aspetta che il finto morto risorga.

Celebre è rimasta la risposta del Principe alla richiesta dell’amico: “Eduardo, con te lavoro gratis”. A questo Eduardo scrisse le parole che più definiscono il concetto di amicizia: “Caro Antonio, ogni qual volta penso a te, Amico, te l’ ho detto a voce e voglio ripeterlo per iscritto, ho l’ impressione di non essere più solo nella vita!”.  In ringraziamento Eduardo regalò una collana di brillanti a Diana, all’epoca moglie di Totò, ma per lui, per il Principe,  quelle parole che accompagnarono il regalo, furono l’unica cosa che contava.

L’amicizia tra i due  durò fino alla morte, improvvisa e prematura di Totò. Queste furono le parole di Eduardo, che aprono la lettera ricordando i versi della canzone  Acquerello Napoletano è furono pubblicate in un articolo apparso sul Paese Sera all’indomani della scomparsa del grande comico napoletano, il suo grande amico Totó:

 «Erano più colorate le strade di Napoli, più ricche di bancarelle improvvisate di chioschi di acquaioli, più affollate di gente aperta al sorriso allora, quando alle dieci di mattina le attraversavo a passo lesto avevo quattordici anni per trovarmi puntuale al teatro Orfeo, un piccolo, tetro, e lurido locale periferico, dove, in un bugigattolo di camerino dalle pareti gonfie di umidità, per fare quattro chiacchiere tra uno spettacolo e l’altro, mi aspettava un mio compagno sedicenne che lavorava là.

Oggi è morto Totò. E io, quattordicenne di nuovo, a passo lento risalgo la via Chiaia, e giù per il Rettifilo, attraverso piazza Ferrovia. Entro per la porta del palcoscenico di quello sporco locale che a me pare bello e sontuoso, raggiungo il camerino, mi siedo e mentre aspetto ascolto a distanza la sua voce, le note della misera orchestrina che lo accompagna e l’uragano di applausi che parte da quella platea esigente e implacabile a ogni gesto, ogni salto, ogni contorsione, ogni ammiccamento del “guitto”.

Do un’occhiata attorno; il fracchettino verde, striminzito, è lì appeso a un chiodo: accanto c’è quello nero. Quello rosso glielo vedrò indosso tra poco, quando avrà terminato il suo numero.

I ridicoli cappellini… A bacchetta, a tondino… e nero, marrone, e grigio… sono tutti allineati sulla parete di fronte. Manca il tubino: lo vedrò tra poco. Il bastoncino di bambù non c’è: lo avrà portato in scena.

E lì, sulla tavoletta del trucco? Cosa c’è in quel pacchetto fatto con la carta di giornale? È la merenda, pane e frittata. E la miserabile musica continua, e la sua voce diventa via via ansiosa di trasportare altrove quella orchestrina, di moltiplicarla.

Dal bugigattolo dove mi trovo non mi è dato vederlo lavorare, ma di sentirlo e immaginarlo com’è, come io lo vedo come vorrei che lo vedessero gli altri.

Non come una curiosità da teatro, ma come una luce che miracolosamente assume le fattezze di una creatura irreale che ha facoltà di rompere, spezzettare e far cadere a terra i suoi gesti e raccoglierli poi per ricomporli di nuovo, e assomigliare a tutti noi, e che va e viene, viene e va, e poi torna sulla Luna da dove è disceso.

Ora sono travolgenti gli applausi e le grida di entusiasmo di quel pubblico: il numero è finito. Un rumore di passi lenti e stanchi si avvicina, la porticina del bugigattolo viene spinta dall’esterno.
Egli deve aprire e chiudere più volte le palpebre e sbatterle per liberarle dalle gocce di sudore che gli scorrono giù dalla fronte per potermi vedere e riconoscere, e finalmente dirmi: ” Edua’, stai cca’! “

E un abbraccio fraterno che nel tenerci per un attimo avvinti ci dava la certezza di sentire reciprocamente un contatto di razza. E le quattro chiacchiere, quelle riguardavano noi due, le abbiamo fatte ancora per anni, fino a pochi giorni fa.»

Eduardo De Filippo, 15 Aprile 1967 

In queste parole è palese tutto l’affetto, la stima, e la profonda amicizia, che legava i due artisti napoletani, ma è presente anche aun’altra cosa, il dolore. L’affetto traspare anche dalle numerose foto dei due comici, dai loro sguardi di ironica intesa. E così ancora oggi a distanza di più di 50  anni dalla Morte del principe della risata e a 34 anni dalla morte di Eduardo è possibile essere partecipi sia pure in maniera virtuale di questo indissolubile  legame.