“Che cosa raffigura il tuo tatuaggio?”

Claudia, V. A., mi guarda come si guarda un mistero, occhi carichi di meraviglia, sorriso incredulo.

Le mie parole l’hanno sconvolta.

“Ma avrò sentito bene?”, si sarà detta.

Cioè, un docente interessato ad un tatuaggio, al suo tatuaggio, liquido scuro aggrappato ad un braccino adolescente, pronto a vederci qualcosa di più di un pezzo di carne imbrattato d’inchiostro?

“Rappresenta la mia famiglia. Ma mica è il primo? Quello l’ho fatto quando avevo dodici anni”, aggiunge la ragazza. Adesso si sentiva forte, accettata. Ora la sua voce friggeva, in libertà, di orgogliose confidenze.

Contengo a mala pena la sorpresa: quella conversazione, iniziata allo scopo di stabilire una connessione con l’alunna, nonostante la mia naturale diffidenza verso i tatuaggi, stava andando ben oltre i limiti intravisti.

Non mi abbandonava l’immagine dei suoi dodici anni, avvolti in una pelle rosa pesco, che sguazzavano senza salvagente in un nero inchiostro, piuttosto che nel bianco latte della loro ingenuità.

E non c’entra l’essere pro o contro il tatuaggio.

Questa la considero una questione obsoleta ed inutilmente ridondante.

Il docente non è chiamato a giudicare le scelte degli alunni, ma ad interpretarle e a farne buon uso.

In realtà, se proprio vogliamo fare i pignoli, tutto ci potrebbe essere, da parte di un docente, tranne che una reazione di scandalo, al cospetto di un tatuaggio disteso su un corpo adolescente.

Sono innumerevoli gli esempi di tribù in cui i tatuaggi, anche nelle loro realizzazioni più crude, come quelle che richiedono l’abrasione della pelle, tramite la cosiddetta sacrificazione, rappresentano azioni atavicamente destinate agli adolescenti, e con vero e proprio valore di riti di passaggio.

E che dire, poi, delle tribù in cui il tatuaggio marca l’appartenenza di un singolo all’interno della comunità di provenienza?

A quanto pare, quindi, quella del tatuaggio sembra essere proprio una necessità primordiale e che vede, nella maggior parte dei casi, l’adolescente come protagonista indiscusso.

Tuttavia, tale impulso, evidentemente stampato nei nostri geni, non può, da solo, costituire il motivo fondante alla base della pratica dilagante, tra i ragazzi europei e non, di farsi iniettare del colore nella tela elastica dei propri corpi.

Ed il dialogo nato tra me e la mia alunna ne ha dato definitiva conferma.

La vera natura, profondissima e sconfinata, della popolarità dei tatuaggi tra i giovanissimi è la voglia compulsiva e spasmodica di rendere visibile, tangibile, prima a se stessi e poi agli altri, un messaggio, urlato dalla pelle, e spesso in zone costantemente esposte, come mani e viso.

Ci si gioca il tutto e per tutto, non si può correre il rischio che la comunicazione non arrivi.

Lo spazio lasciato ai tatuaggi è, molto spesso, proprio quello che manca nella propria vita per la narrazione e la relativa rielaborazione del sé e del proprio vissuto. Ad ogni frase iniettata, forse, corrisponde il desiderio di una domanda desiderata, ma mai ricevuta, da parte di un familiare, di un fratello, di un amico.

Oppure, forse, la domanda c’è pure, ma non si sa come fare per rispondere, per esporsi, per buttare fuori una convinzione, una paura, un desiderio, e rappresentare quell’universo immenso. Più comodo (e anche più socialmente accettabile) lasciare tutto all’estro di un tatuatore e alla pigrizia dei social, che sporcarsi le mani di colori acrilici, colla vinilica e Terra di Siena.

Solo se fossimo sicuri di aver procurato agli adolescenti tutti i presupposti per una comunicazione non omologata né unidirezionale, potremmo riuscire a vedere la pratica del tatuaggio presso gli adolescenti come qualcosa di diverso da un semplice ripiego.

Mi ostino a pensare che, se ci riuscissimo, si vedrebbero meno braccini adolescenti tatuati di nero.

E più mani imbrattate di inchiostro.

Sì, ma di quello per scrivere poesie.