La rivedo dal piccolo oblò, sembra indifesa nonostante la montagna le faccia da scudo.
“Felice di ritrovarti”, è la prima cosa che penso.
Non c’è meraviglia al mondo che possa equipararsi alla mia città, alla gioia che mi rimanda la sua vista, al senso di appartenenza che sento camminare sotto la pelle come una frenesia. Sono bastati un attimo e uno sguardo fugace a restituirmi la pace per quel vuoto al quale non ero riuscita a dare un nome nei giorni di vacanza.
Ancora stipata nel velivolo affollato e caciarone mi perdo in sogni ad occhi aperti: Sfogliatella fragrante, pizza Margherita, caffè nero bollente. E poi la musica, quella che accompagna le passeggiate nelle vie che scorrono come fiumi in piena di turisti con la testa all’insù. E la mia gente, dal sorriso largo e accogliente, e il sole bollente anche a dicembre.
L’euforia si impossessa di me e per una manciata di minuti mi godo l’estasi.
Tocchiamo terra e dalle prime operazioni possiamo assistere alla pantomima di un operatore che, alle prese con la scaletta passeggeri, trainata a mano in stile secolo scorso, sembra indeciso sul da farsi. Fa le facce strane e noi, sfortunati della coda aereo, restiamo speranzosi di una decisione. Nulla, le nostre sorti dipendono da una scala che non si aggancia rendendoci di fatto prigionieri. La fila defluisce dal lato opposto ed anche per noi diventa spiraglio di libertà. L’omino della scala è ancora alle prese con il suo trabiccolo e quando ci vede tutti fuori sembra sollevato: si ritira con aria soddisfatta. È vero che torno dalla Svezia ma il pavimento sporco mi fa più brutto. Sono a Napoli, mi dico. Andrà tutto bene.
Usciamo fuori e ci incamminiamo verso la fila taxi, la gestisce un omone abbronzato dai modi spicci che non si capisce chi è: non porta una divisa né un cartellino identificativo. È molto arrabbiato perché un’auto della vigilanza è ferma e solitaria davanti alla sbarra di accesso delle auto-taxi, impedendone il transito. I turisti si guardano smarriti seguendo i movimenti dell’omone che si produce in una telefonata molto colorita di cui non comprendono nulla, fuorché la certezza di essere capitati in un luogo dove tutto può accadere.
Chiediamo ai nostri ragazzi di tradurre nella loro lingua di origine che possono stare tranquilli: solo folklore, spiegheranno loro.
Finalmente a casa. Sorrido mentre scarichiamo i bagagli e istintivamente inalo aria a pieni polmoni. Olezzo di urina fuoriesce dalla vegetazione che ormai è più simile a una giungla che a un viale alberato: abbandono.
Sta arrivando lo sconforto ma mi aggrappo alla fortuna di poter godere di una serata in città, ancora vuota dato il periodo.
Arrivati in piazzetta ho l’amara sorpresa di scoprire che in ferie sono rimasti esclusivamente i netturbini e i giardinieri del comune.
Tutte le belle emozioni vanno sfumando proprio mentre dovrei godermi la deliziosa Margherita che ho finalmente nel piatto.

La mente tira brutti scherzi e combatte fino allo sfinimento. Dentro il piatto della bilancia ripasso in rassegna tutte le cose belle che ho provato, aggiungo all’elenco le iniziative estive che la città ha prodotto conseguendo grandi traguardi di popolarità e gradimento e poi la parte dolorosa prende il sopravvento: baby gang armati di coltelli che rapinano, un turista rimasto ucciso per aver difeso un orologio, bombe intimidatorie, raid e stese. La pizza mi si gela in bocca e non riesco a deglutire. Ma quando penso che possa bastare, ricordo l’ultima in ordine di orrore: Agenzia turistica propone in vendita il “pacchetto vergogna”.
Per 60 euro visita ai luoghi della malavita, targata Gomorra.
Quant’è difficile essere napoletani? Mi chiedo. Quanto possono ancora saziare “pizza e mandolini”?
Di approssimazione si sopravvive e non si può accettare, nascere in una città meravigliosa è una fortuna alla quale dovremmo dare un senso partecipando, combattendo, indignandoci, prendendo le distanze da quel che non ci piace, trasmettendo ai nostri ragazzi senso civico e mai rassegnazione. Tutti insieme, né a destra né a sinistra, né al centro. Solo vicini, affinchè la nostra pizza possa ritrovare il sapore perduto.
Lucia Montanaro