Mentre ancora nelle case di molti italiani è illuminato il Presepe, tanti sembrano non recepire la storia umana che esso contempla: quella di una accoglienza negata, di una donna costretta a partorire in una stalla, di un neonato deposto in una mangiatoia in precarie condizioni igieniche.

Il tripudio di angeli e la stella dalla lunga coda fanno dimenticare che il piccolo viene collocato all’esterno di ogni albergo o locanda, tra gli animali, e che, prima dei potenti, la sua famiglia viene nutrita dagli umili, dagli ultimi. Ai pastori e alle lavandaie non occorrono le carte astrali per accorrere e rendersi utili: guardano negli occhi i tre viandanti e percepiscono il loro stato di bisogno.

La rappresentazione del presepe, al di là del significato religioso, parla di solidarietà, empatia, condivisione del poco. Ma troppi guardano solo le luci di Natale e si lasciano inebriare dallo sfarzo opulento ed effimero dell’albero e delle decorazioni.

Dobbiamo davvero meravigliarci del fatto che il primo nato a Roma sia figlio di stranieri, sebbene appartenenti a una delle comunità “meglio integrate” nel Bel Paese? I suoi genitori lo chiamano orgogliosamente Italo a rimarcare il loro anelito di integrazione.

Sarebbe bello se il Presepe, nel suo linguaggio universale e cosmopolita, suggerisse una diversa visione del mondo, della realtà umana, della tribù umana.

L’Unicef diffonde i dati stimati sulle nascite: 395.072 nuovi nati del 1° gennaio sul pianeta di cui un quarto in Asia Meridionale; 605 neonati a Pechino, 310 a Tokyo, “solo” 89 a Roma di cui il primo è Italo.

Se esistesse la percezione della esistenza di un “tribù degli uomini” forse non sarebbe pari a un milione il numero dei bambini morti nel primo giorno di vita (valore riferito al 2017) bensì una quantità notevolmente più bassa e determinata esclusivamente da cause che non hanno a che fare con la miseria, la fame e la mancata assistenza sanitaria.

Se il Natale non fosse soltanto un giorno per intonare cori e per scambiarsi doni, ma piuttosto un giorno per rallegrarsi di ogni nascita come di un atto di rinnovamento della vita, forse nessuno farebbe più caso alla provenienza dei genitori di un bambino e ogni bambino sarebbe accolto nella tribù degli uomini come dono e ricchezza.

E invece la nascita di Italo fa notizia e continuerà a farla fino a quando la storia del Presepe sarà una sorta di favola da riporre in cantina fino al prossimo Natale.