Dopo il successo parigino si è aperta a Capodimonte la mostra ‘Dalla scultura al disegno’ dedicata allo scultore napoletano

Molte opere del geniale artista napoletano Vincenzo Gemito sono state esposte, fino allo scorso gennaio e con enorme successo, al Petit Palais di  Parigi nell’ambito della mostra a lui dedicata e intitolata Gemito. Le sculpteur de l’âme napolitaine. L’esposizione francese è stata la prima dedicata a Gemito fuori dall’Italia dopo la sua morte e può essere considerata un preludio di quella che, dal 10 settembre al 15 novembre prossimo, si potrà visitare al museo di Capodimonte, intitolata Gemito. Dalla scultura al disegno. La mostra si articola su nove sezioni, in due delle quali saranno centrali le figure delle due donne di cui lo scultore napoletano s’innamorò: la francese Mathilde Duffaud e la napoletana Anna Cutolo, da cui ebbe anche una figlia chiamata Giuseppina. Vincenzo Gemito incarna il modello dell’artista squattrinato, geniale e folle. Nacque a Napoli il 17 luglio 1852 e fu abbandonato nella ruota dell’Annunziata, quindi adottato da una famiglia povera. Di fatto cresce nelle strade di Napoli insieme a quegli scugnizzi che, poi, saprà magistralmente riprodurre nelle sue opere. Artisticamente si forma molto giovane, osservando gli artigiani presepiali di San Gregorio Armeno e le innumerevoli opere d’arte ritrovate negli scavi archeologici di Ercolano e Pompei, già allora esposte in quello che oggi è il MANN, e seguendo artisti “ribelli”, Antonio Mancini in primis. A soli 17 anni scolpisce Il giocatore, che verrà acquistato dalla Casa Reale per la reggia di Capodimonte, a 23 anni ha già realizzato diversi busti di personaggi importanti, tra cui quello del musicista Giuseppe Verdi. Nel 1877 il suo Pescatore scandalizza i critici parigini ma incanta il pubblico, e l’anno dopo, all’esposizione universale, arriva il successo. Poco dopo torna a Napoli dove apre una fonderia a Mergellina, ma nella sua vita c’è spazio anche per l’amore. Il primo è una modella francese, Mathilde Duffaud, di cui s’innamora nel 1872 e che muore nel 1881; in quel periodo Gemito produce sia disegni che sculture, tra cui il busto in terracotta della Duffaud. L’anno successivo l’artista s’innamora e sposa la napoletana Anna Cutolo, che diventa la sua nuova musa. Sfortunatamente anche lei muore nel 1906. Gemito documenta la sofferenza della moglie con disegni e altre opere, tra cui un vaso in bronzo su cui si può leggere Nannina scritto con inchiostro rosso su un lato del braccio che lo sostiene, mentre sul retro è riportata una strofa di Fenesta vascia che recita ‘son lacreme d’amore e non è acqua’, una dedica all’amata moglie. Già da tempo affetto da turbe psichiche e più volte ricoverato, colpito duramente dalla morte prima di Mathilde e poi di Anna, Gemito resta solo con la figlia fino alla morte, che arriverà nel 1929. Le sezioni V e VII della mostra sono dedicate alle due donne amate da Gemito, mentre la sezione IX è destinata al periodo finale dell’artista napoletano, che nel primo decennio del Novecento ha un ritorno alle origini, ovvero alle opere classiche ellenistiche che aveva ammirato da ragazzo e di cui inizia una entusiasta rilettura che produce molti oggetti decorativi e argenti. In quel periodo lo scultore è ossessionato dalla figura di Alessandro Magno al punto che la figlia arriverà a dire: “Alessandro era di casa. Siamo cresciuti assieme. […] Papà voleva più bene ad Alessandro che a me…”. Tra le opere più belle di questo periodo troviamo un medaglione che riproduce la testa di Medusa, ispirata a quella raffigurata sul fondo della Tazza Farnese (di cui vi abbiamo narrato storia e mito in questo articolo https://www.napoliflash24.it/progetto-mann-le-opere-piu-belle-in-esposizione-la-tazza-farnese/), e un piatto d’argento su cui è riprodotta Atalanta, ispirata al dipinto di Guido Reni in esposizione al MANN e che raffigura il mito di Atalanta e Ippomene. Complessivamente, nelle nove sezioni di cui si compone la mostra, sono visibili 150 opere esposte in ordine cronologico e associate a quelle di artisti suoi contemporanei. Molte sono del museo di Capodimonte, altre appartengono alla Collezione Intesa Sanpaolo-Gallerie d’Italia Palazzo Zevallos Stigliano, partner anche dell’esposizione parigina; molte altre provengono dal Polo Museale della Campania (Museo e Certosa di San Martino, Castel Sant’Elmo), dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli (MANN), dalle Gallerie dell’Accademia di Belle Arti di Napoli, dal Museo d’Orsay di Parigi, dal Philadelphia Museum of Art e dal Getty Museum di Los Angeles negli Stati Uniti, dalla GAM-Galleria d’Arte Moderna e dalla GNAM-Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, per citare solo alcune delle istituzioni museali nazionali e internazionali, e da molte raccolte private. E c’è, poi, la Coppaflora, una bellissima coppa nunziale in argento che Gemito realizza a inizio ‘900 sul modello greco di un vaso a stamnos, acquisita dal Museo di Capodimonte grazie al sistema di mecenatismo dell’Art Bonus, di cui si sono avvalsi cinque imprese napoletane, Tecno s.r.l.,  Graded, EPM, Protom e G&G, per riportare l’opera a Napoli. La mostra è un progetto del direttore del Museo e Real Bosco di Capodimonte, Sylvain Bellenger, e di Christophe Leribault, direttore del Petit Palais di Parigi, ed è stata curata da Jean-Loup Champion, Maria Tamajo Contarini e Carmine Romano.

Coppa flora
Coppaflora