Una vocazione religiosa tradotta in impegno civile e sociale, nel tentativo di risollevare le sorti di un quartiere devastato dal degrado e dalla presenza opprimente della camorra: don Maurizio Patriciello conosce bene i gangli del Parco Verde di Caivano, li dov’è cresciuta e vissuta Maria Paola Gaglione, uccisa dal fratello Michele nella notte tra venerdì e sabato scorso ad Acerra per lo speronamento del motorino si cui viaggiava con il compagno transessuale Ciro Migliore.

Ieri, nella giornata in cui si è tenuto il funerale della 18enne, è toccato proprio al prelato nella sua omelia l’onere di scorporare quell’orrore nei suoi anfratti etici e morali. La narrazione ha messo da parte l’aspetto cronachistico della vicenda, per far spazio all’invocazione della giustizia, del senso di responsabilità da parte di tutti, laici e preti; per non incitare ad una facile reazione di pancia che potrebbe condizionare una comunità intera. La summa dell’omelia in una frase, quella conclusiva: “aiutaci a capire che si deve perseguire la giustizia e mai la vendetta, nemmeno per un istante“. Concetti ripresi e ribaditi dallo stesso Patriciello in un’intervista rilasciata quest’oggi ad un media nazionale.

Poche persone sanno davvero come sono andate le cose” afferma il prete “ma la gente parla, tanto. Qui però c’è un fatto: è una tragedia dalle dimensione immani. Paola è morta, suo fratello è in galera (Michele accusato di omicidio preterintenzionale ndr), i figli di Michele sono ora senza padre, la mamma della ragazza non si reggeva in piedi, con l’aggravante delle condizioni gravi di salute in cui versa la madre della stessa a causa di un tumore. In tutto questo, esattamente di fronte alla loro casa, vive Ciro con la sua famiglia“. Il dramma, per don Patriciello, è tutto qui: nel fitto reticolo di devastazione in cui sono sprofondati tutti i protagonisti di un fatto sanguinoso, ormai già parte della storia buia del Parco Verde che ieri ha partecipato con dignità e silenzio alle esequie della propria concittadina. Il dramma, per don Patriciello, è tutto qui: nell’assenza del fratello, sottoposto a misura cautelare in carcere, al quale non sarebbe mai stato concesso di presenziare; nell’assenza di Ciro, sì dimesso dall’ospedale, ma scortato dalla Polizia solo per un fugace saluto alla salma prima che questa giungesse a Caivano; nella presenza di una sottocultura che impone regole di vita o di morte. E allora ecco il soggetto vero della denuncia del prete. È proprio il quartiere, che “stanotte non è riuscito nemmeno a dormire a causa di un fetore nauseabondo“. Il riferimento all’immondizia, al brutto anche estetico in cui il Parco Verde sembra condannato a vivere, come se non esistesse via d’uscita, che sia economica, culturale e sociale. Un peccato originale inestinguibile.

Rifuggire da qualsiasi polemiche, “senza offrire nemmeno un filo di paglia” che potesse accendere anche il più misero degli sciacallaggi. Un mantra che don Maurizio si è imposto e ha imposto, nell’augurio di non trasformare la vicenda in partigianerie e strumentalizzazioni d’ogni genere.