Donne socialmente utili sono le donne che, oltre a occuparsi della casa, si impegnano a svolgere un servizio al popolo, ovvero una missione sociale, per essere utili a tutti.”

Questo è stato l’incipit del racconto popolare secondo Aleida Guevara, andato in scena al Teatro Nest. Sul cui palco è salita anche Rosaria Capacchione, giornalista di cronaca giudiziaria ed ex parlamentare. Per il suo impegno sociale contro la mafia vive sotto scorta da molti anni.

Rosaria, giovane giornalista che pensava di scrivere di cultura, uscita da un teatro o una sala, si trovava con la notizia di uno, due, tre morti a cui dare un volto, da associare a una storia da raccontare. Per dovere, prima. Per amore di cronaca, poi. Per giustizia, sempre.

Questo è stato l’incipit firmato da RosariaCapacchione, secondo la quale essere donne socialmente utili vuol dire essere donne che svolgono lavori piccoli, quotidiani, malpagati, ma indispensabili.

Aleida le ha chiesto come sia finita a trattare di cronaca giudiziaria in terra di camorra. Ecco la sua risposta.

“Ho vissutoa Napoli e lavorato al Mattino, il più grande giornale del Meridione d’Italia, negli anni della cosiddetta Guerra di Camorra. Ero una giovane giornalista professionista che leggeva di Cutolo. Quando ci fu l’escalation di morti, iniziai ad andare in Questura con la foto dei morti e chiedevo chi fossero. Avevo un quaderno, sul quale attaccavo il volto di ciascun morto con accanto il suo nome. E, pian piano, quell’album di vittime di mafia diventò una mappa nella quale districarsi.

Ascoltavo i processi e leggevo le carte dei processi, che, a volte, venivano lasciate incustodite sulle scrivanie.

Così, iniziai a scrivere di Camorra, invece che di criminalità organizzata. Diedi un nome proprio a chi aveva ordinato tutte quelle morti. Mi chiedevano perché non avessi paura. A me avevano insegnato a scrivere quello che vedevo, “chi-come-che cosa-dove-perché”. Non pensavo di fare niente di rivoluzionario. Abbiamo avuto una guerra civile lunghissima. Il male è entrato in modo trasversale in tutte le case. Ci sono tante vittime cresciute nelle case dei colpevoli“.

Una guerra e una rivoluzione ben diversa da quella raccontata da Aleida. Quando racconta del popolo latino-americano, la figlia del Che si appassiona. Parla della pressione che la Federazione Donne Cubane esercita nell’ambito della prevenzione della violenza dei ragazzi a rischio. Ragazzi che sono figli. Parla delle ricadute dell’embargo su un popolo che ha imparato a usare la medicina alternativa ed omeopatica per curarsi, dato che acquistare un farmaco richiede almeno cinque passaggi in più rispetto al contatto con la multinazionale di turno. E questo accresce esponenzialmente il costo delle cure. Parla del Venezuela di oggi, un Paese nel quale ci si può permettere l’impunità anche se si minaccia pubblicamente di dare fuoco ad un intero ospedale, tanto c’è sempre qualcuno che ti sostenga anche a livello monetario, probabilmente in dollari, se sei elemento destabilizzante del sistema. Per due volte cita la frase di un economista statunitense: “L’umanità che perde l’etica per vivere, perde anche il diritto di esistere. Stiamo perdendo l’etica“.

Aleida giunge a due conclusioni. “Il problema interno di un popolo lo può risolvere solo il popolo stesso, essendo formato da uomini e donne desiderosi di riscatto della memoria. Che a volte è fragile, ma c’è. Quando al popolo manca il potere è perché manca l’unità. L’ultima parola sarà sempre del popolo, ma dobbiamo dimenticarci dell’Io, dobbiamo lavorare sul Noi, volendo avanzare nella specie umana. Perché l’insegnamento rivoluzionario per cui il popolo unito non sarà mai vinto, come quello armato non sarà mai schiacciato, vale ancora”.

Stessa attenzione all’etica la espresse Rosaria qualche tempo fa, quando affermò che la sua era una sfida etica più che culturale, non essendoci nulla di eroico in quello che fa.

Nessun invito alla deterrenza, invece. “Dobbiamo difendere il povero non perché sia più innocente del ricco, ma perché non si può difendere. L‘innocente non manca mai in un processo. In genere è la persona che fissa il pm, aspettando delle scuse che non arriveranno mai. Attenzione, allora, a non confondere povero con innocente. Rischiamo di piegarci alla logica del popolo, che spesso si fa guidare ed asseconda ciò che vuole chi ha potere“.

Prima dell’incontro, Rosaria Capacchione ha risposto privatamente ad alcune domande.

D- Ha iniziato la sua vita professionale con la “Guerra di Camorra“. Ha scritto di Nicola Cosentino, dalla “macchina del fango” intrapartitica, per esprimersi come Saviano, fino al processo sulla P3. E’ qui da libera cittadina, ma è sotto scorta. Sembra che l’oggi sia sereno. Il domani come lo prevede?

Rosaria Capacchione – Oggi la situazione è diversa da quella di ieri. Coloro che sparavano sono in carcere. Ma la Camorra esiste. Lo sappiamo tutti. Chi è fuori, non spara. Ma non è neppure fuggito all’estero per rifarsi una vita. E’ qui, dov’è nato e cresciuto. Sono cellule dormienti. Non sparano non perché siano cambiati, ma perché attendono l’evolversi delle situazioni nate dai pentimenti di alcuni collaboratori. Da qui ad un anno e mezzo ci saranno rilasci importanti. Di contro, a dieci anni dall’uscita del mio libro (“L’oro della Camorra”, ndr), nessun processo si è ancora concluso. Non si sa cosa accadrà. Io sono qua. Non ne sono impressionata.”

D – E la paura? Per Oriana Fallaci “il coraggio è fatto di paura”.
Tu sei stata nella “guerra di Camorra”, non hai paura di questi rilasci?

Rosaria Capacchione – Chi dice di non averne o di non averne avuta? Ho scelto di fare un lavoro e lo faccio in un certo modo. Con la paura ci convivi. La prima volta, in cui decidi cosa vuoi fare, hai veramente paura. Quando ti accade qualcosa per la prima volta hai uno shock. Poi fai una scelta. E da quando decidi cosa fare, chi essere, quello shock iniziale diventa parte della tua vita e ci convivi. Con tutte le precauzioni del caso”.

D – Come ci si prepara a questa scelta?

Rosaria Capacchione – Ci si trova, non si pianifica. Andando avanti. Non sono mai stata votata al martirio. Ho scelto questa strada per non dargliela vinta. Hanno le armi, ma non sono più forti di me. Anche perché io, dalla mia, ho una famiglia che mi ha sempre sostenuta. La vita, i dolori, le aspettative tradite fanno il resto, fortificando”.

D – Immagino che le cellule dormienti di cui parlavi siano anche i familiari di coloro che usciranno dal carcere tra un anno circa. Possono le donne di questi camorristi avere un ruolo attivo nel mantenimento dell’equilibrio, se non della pace, post-guerra di camorra?

Rosaria Capacchione – La Camorra napoletana ha avuto sempre figure forti tra le donne. La vera differenza è tra donne di città e donne di paese. Le prime arrivano anche a influenzare le scelte del boss di turno o diventando loro stesse mandanti di atti intimidatori o altro. Almeno in casi estremi. Le seconde sono più restie a farsi vedere e ad essere soggetti attivi. Funziona un po’ come nella società borghese, ci sono figlie di boss che per amore sono andate a convivere coi padri dei propri figli, cambiando prospettive di vita. E ci sono altre che scelgono di avere ruoli finti per salvaguardare un onore altrettanto finto. Anche nella comunità mafiosa si vive di immagini. Nel caso specifico dei Casalesi, le donne sono state dietro le quinte, nel senso che solo apparentemente sono state poco attive. Nulla è cambiato”.