Corte di Cassazione, ordinanza 15105 del 2020.

Una operatrice di sportello di Poste Italiane in servizio presso più uffici in Provincia di Napoli era stata coinvolta in dieci rapine subite dalla società. Tali eventi avevano cagionato alla lavoratrice disturbo post-traumatico da stress. Ella, pertanto, ha proposto ricorso per ottenere il risarcimento del danno biologico.

La Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità di Poste Italiane per i danni occorsi alla dipendente e la condanna della società a risarcire circa 24000,00 euro.

La predisposizione, da parte della società, di misure di sicurezza quali l’impianto di telesorveglianza, la bussola multi-transito, la cassaforte con apertura a tempo programmata, l’impianto di teleallarme e i vari pulsanti antirapina direttamente collegati alle forze dell’ordine erano tutte misure dirette a non rendere fruttuosa per gli assalitori una azione criminale di rapina, ma non certo a tutelare i lavoratori. Il fine, dunque, non era certamente quello di proteggere i collaboratori dalle rapine ma di fare in modo che queste non recassero troppi danni alla azienda, vietando, di consegnare valori ai rapinatori che tenessero in ostaggio i colleghi ed obbligandoli così ad assistere inerti alle percosse dei primi ai secondi e pretendendo il rimborso da parte del dipendente di quanto rapinato laddove avesse consegnato il denaro.

Poste Italiane ha violato l’obbligo di garanzia in capo al datore di lavoro a tutela della persona del lavoratore, ovvero l’onere di adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale. In caso di attività pericolose, a causa delle numerose e continue rapine subite, la responsabilità dell’imprenditore deriva dall’omessa predisposizione di tutte quelle misure e cautele atte a preservare l’integrità psicofisica e la salute. Poste Italiane, al contrario, non ha dimostrato di avere fatto tutto il possibile per evitare il danno derivato alla lavoratrice. 

La Costituzione ha segnato il definitivo ripudio dell’ideale produttivistico quale unico criterio cui improntare l’agire privato. L’attività produttiva è subordinata alla utilità sociale. Anche la disciplina comunitaria e nazione di protezione della salute e sicurezza dei lavoratori rileva che la concezione strumentale dell’individuo deve necessariamente recedere di fronte alla diversa rappresentazione che fa leva sullo sviluppo della persona e sul rispetto di essa.

Avvocato Sergio Carozza

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