23 marzo 2020.

Ci siamo. Diventa attuativo l’ultimo Dpcm, firmato “Giuseppe Conte”.

Le righe dell’ultimo decreto sull’emergenza COVID-19 suonano come un nuovo manuale d’uso delle nostre vite.

Il nostro senso di responsabilità è immediatamente intercettato dalla misura “b) dell’ART. 1″, polvere di ferro avvicinata ad una calamita.

b) è fatto divieto a tutte le persone fisiche di trasferirsi o spostarsi, con mezzi di trasporto pubblici o privati, in un comune diverso rispetto a quello in cui attualmente si trovano, salvo che per comprovate esigenze lavorative, di assoluta urgenza ovvero per motivi di salute;”

Queste prime tre righe prescrivono, è vero, ma ci raccontano anche qualcosa, spola in continuo movimento tra la trama del futuro e l’ordito del presente.

Già, perché nello spiegarci cosa possiamo e non possiamo fare, ci narrano anche l’emergenza in modo indiretto, ma non per questo, meno potente: l’urgenza di nuove misure ci racconta, così, la tragica storia dei nuovi malati e dei nuovi decessi, che le rendono necessarie.

Tutta l’Italia, ma dico proprio tutta, sarà in grado di rispettarle?

Il COVID-19 riuscirà ad inoculare anche l’RNA della responsabilità civica?

Riuscirà a contagiarci con il buon senso che permette di distinguere la lesa maestà dal sacrificio, il senso di ingiusta privazione dall’idea di investimento per una libertà futura?

Il ragazzo (sono un’insegnante, che ci volete fare? Il mio pensiero va sempre lì) a cui verrà chiesto di impegnarsi, ad esempio, nel migliorare nella scrittura, riuscirà a considerare la richiesta di quel tempo, non come l’affronto di una sottrazione forzata, immeritata ed insostenibile al proprio privato, ma come un investimento necessario per divenire, un giorno, una voce meritevole di essere ascoltata?

La generazione delle tante generazioni testimoni nell’anno del “Coronavirus”, assisteranno anche all’ “epifania” di una società, per molti versi, ancora adolescente, a cui il mondo sta chiedendo di diventare adulta?

Vi prego, ditemi di sì.