Mirco era un problema, era il problema.

Era il problema dei suoi genitori, della squadra di calcio dove giocava come attaccante, era il problema della sua classe.

Mirco era bello, alto, aveva due enormi occhi azzurri, e sedeva all’ultimo banco, quando si alzava i suoi compagni facevano silenzio e lo seguivano con lo sguardo, uno sguardo simile ad una carezza che sapevano di non poter concedere.

No, questa non è la storia di una vittima di bullismo, e neanche è la storia di un bullo…questa è la storia di Mirco, un ragazzino a cui i medici avevano diagnosticato una sindrome da stress post traumatico, sindrome da cui era derivato un mutismo che lo aveva portato  a non proferire più parola ormai da circa sei mesi.

Mirco nasce 15 anni prima ed è il secondogenito di una famiglia in cui l’amore non è un atteggiamento,  non è scontato, è amore…, in cui ci si dice di volersi bene, in cui ci si abbraccia la sera prima di andare a letto, fino a quel maledetto 14 aprile quando  Davide, si Davide  il suo fratellone di appena due anni più grande, apre la finestra e si lancia nel vuoto.

Mirco era li, Mirco si avvicina alla finestra, Mirco non riesce a gridare, non chiama mamma e papà, Mirco guarda nel vuoto e c’è Davide a terra, e lo vede piccolo piccolo mentre l’asfalto si tinge di rosso, Mirco non ha voce, non ha voce, vuole chiamare Davide, gli vuole dire che certi scherzi non si fanno, che vuole ancora fare a pugni con lui per la Play Station. Mirco resta li inerme, le sue gambe e le sue mani sono di pietra, non si muove neanche al grido disperato della madre, ai pugni nel muro di suo padre,  mentre un senso di colpa pervade tutto il suo essere, lui era li e non ha fatto in tempo a fermarlo. Adesso in casa sua c’è tanta gente, qualcuno fa domande, intravede divise, strette di mano, abbracci, lacrime, urla, ma nulla lo sfiora in quel mondo di ovatta dal candido colore in cui lui costruirà il suo nido. Neanche il dolore lo può più scalfire, se non quella sensazione strana di voler guardare ancora in quel vuoto e voler ridere di quel burattino piccolo piccolo, giu in fondo dove l’asfalto si è tinto di rosso, ridere di quello scherzo che gli ha tirato Davide.

Davide non era bello come Mirco, Davide era fragile e spesso balbettava, ma Mirco gli voleva bene un gran bene tanto che una volta ha picchiato uno dei bulli, si dei bulli. Erano in quattro e lo tormentavano, gli davano dello sfigato, gli dicevano che  nessuna ragazza avrebbe mai potuto neanche avvicinarlo tanto era brutto e stupido.  Davide aveva raccontato a Mirco di questi quattro “eroi” solo due volte, dopo di che più nulla il silenzio, Mirco aveva pensato che fosse finita, si Mirco aveva pensato che fosse finita. Mirco che gioca a calcio e Davide così fragile lo guarda dagli spalti, Mirco che pensa che i bulli non daranno più fastidio dopo la sua sfuriata. Ma non è così, Davide ha paura, si vergogna di se stesso , non si guarda più allo specchio, non ride più, ne tanto meno lotta con Mirco per giocare alla Play Station.

Davide non parla, ma va via dai social, chiude il suo profilo, Mirco non gli chiede perché.  I quattro bulli lo aspettano dietro l’angolo, lo umiliano e una volta gli sputano addosso.  Che eroi a volte incontriamo durante il nostro cammino, vigliacchi che agiscono solo in branco, che agiscono nell’ombra per sentirsi più forti e uscire dal fango che li sovrasta.  I bulli li hanno presi, i bulli hanno parlato, hanno confessato, non hanno retto, loro i vigliacchi non reggono mai.

Davide non c’è più, Mirco vorrebbe non esserci più. Una mamma ed un papà che vorrebbero tornare indietro, cogliere un segnale così da proteggere i propri cuccioli dall’uomo nero. Quel nero che troppo spesso, sempre più spesso tinge i cuori dei nostri figli …davanti ai quali dobbiamo chiederci perché, mille e mille volte ancora perchè?

Mirco un giorno ha parlato, si proprio in quella classe che al suo passaggio faceva silenzio, ha lasciato che i suoi compagni gli facessero quella carezza, ha pianto tanto e ha ricevuto l’abbraccio dei suoi insegnanti, Mirco ha chiesto perdono a Davide, al suo fratellone fragile. Mirco non ha ceduto alle brutture del mondo, Mirco sogna e lo fa anche per Davide, Mirco vive e lo fa anche per Davide, Mirco sa che più forte della morte c’è l’amore.

Mirco ha vinto ha segnato il suo goal…

Mirco cammina da solo nel viale mentre fa ritorno a casa, si solo… ma sa che Davide gli tiene stretta la mano.

Rosalba Moccia, nasce a Napoli, ma vive ormai da anni in provincia di Caserta. Docente di Scuola Secondaria Superiore ed Educatore extrascolastico, dedica la propria vita alla scrittura. Si occupa da anni di progettazione sociale dove conta numerosi primati per i suoi scritti.   Scrive e pubblica con altri colleghi, dopo una ricerca effettuata sul territorio di Scampia della durata di due anni, “Il Diritto all’Alfabeto – Un’esperienza pedagogica per i ragazzi di Napoli” Editore Giannini, e alcune interviste di taglio biografico per la Testata Giornalistica www.sopralerighe.it, autorizzata numero 270 del 22 novembre 2013 presso il Tribunale di Roma.  Altresì, contribuisce mediante testi scritti a numerosi eventi e seminari in-formativi. Ha esperienze di lavoro presso la Casa Circondariale di Secondigliano e presso l’Ospedale Psichiatrico di Aversa e su altri territori definiti ad alto rischio. Organizza eventi, contribuisce ai contenuti e non di rado  ha rivestito il profilo di relatore e moderatore.

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