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Convivere con il terrore è, parafrasando Brecht, il tempo buio che ci tocca vivere. Ormai gli attentati, da Dacca a Nizza, hanno cadenza quasi periodica e le vittime si contano a centinaia.

La serie di attentati, oltre al dolore e allo sgomento, lasciano una amara e angosciante consapevolezza: il senso di impotenza, di incapacità di prevenire e contrastare gli uomini  che portano la morte, sacrificando innanzitutto se stessi. E chi non ha rispetto della propria vita come può avere rispetto della vita degli altri?

A Nizza, si è toccato il culmine, con un camion impazzito lanciato sulla folla, per fare più vittime, uomini, donne, bambini.

L’attentatore, in un primo momento, era stato descritto come un esaltato , fuori di testa. Così non è perché dalle indagini stanno emergendo collegamenti e sopralluoghi che testimoniano che l’attentato è stato preparato nei minimi dettagli.

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Proprio il 14 luglio, il giorno della presa della Bastiglia. Il simbolo della cultura occidentale, democratica e liberale, contro il vecchio mondo.

Il mondo vagheggiato dai moderni “uomini del terrore” è ontologicamente illiberale, antidemocratico, oscurantista, sessista, perché si basa sulla lettura fondamentalista della fede islamica. Che non ammette il dubbio e la tolleranza.  I fondamenti delle società aperte.

Ma sarebbe un grave errore identificare nella religione islamica in quanto tale  l’albero maligno di questi frutti velenosi. Nel mondo ci sono milioni di musulmani che vivono pacificamente la loro fede, integrandosi nei paesi che li ospitano. Così come, e bene ricordarlo, le statistiche dimostrano che  tra le vittime del terrorismo i musulmani sono il gruppo più numeroso.

Si farebbe il gioco dei terroristi identificando l’Islam come l’origine del male. Non abbiamo bisogno di anacronistiche guerre di religione. Sarebbe una regressione dei fondamenti della democrazia, del vivere civile, del rispetto degli altri. Anche e soprattutto quando professano idee diverse.

Se rispondessimo al terrorismo restringendo gli spazi di democrazia e di libertà o diffondendo, a piene mani,  la cultura della paura e del sospetto faremmo il gioco dei terroristi.

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Non può essere questa la strada. È  l’Europa che deve concordare un’azione comune. Quell’Unione che finora si è distinta solo per il rigore e l’austerity ma che è incapace di un’azione collegiale sul terreno della sicurezza e della salvaguardia della vita dei suoi cittadini. Occorre rafforzare e coordinare la rete delle intelligence, dei servizi, per monitorare e predisporre un’azione efficace di contrasto. Questo a maggior ragione quando il terrorista può essere quello della porta accanto.

Patrizia Sgambati