L’indiscrezione era nell’aria da tempo, e oggi verso le 12 in una conferenza stampa convocata ad hoc “per un importante annuncio” nel salone del Palazzo Arcivescovile, dovrebbe trovare conferma per bocca dello stesso Cardinale Crescenzio Sepe: finisce la sua era, e comincia quella del vescovo calabrese Domenico Battaglia, 57 anni, dal 2016 nella diocesi beneventana di Cerreto Sannita, Telese, Sant’Agata dei Goti.

Dunque Sepe lascia dopo ben 14 anni: era il 20 maggio 2006 quando l’allora papa Benedetto XVI  lo nominava arcivescovo di Napoli, rendendolo il 122° Pastore dell’arcidiocesi. Al compimento del 75esimo anno di età presenta poi le sue dimissioni dalla carica come previsto dalle norme di diritto canonico; papa Francesco decide di confermarlo in carica “almeno per altri due anni“. La pandemia in tal senso ha giocato un ruolo chiave chiamando le diocesi ad un cospicuo sforzo su tutto il territorio nazionale, e rallentando di conseguenza tutte le procedure di rito relative alle nomine.

Il bilancio dopo un tempo così lungo alla guida spirituale del capoluogo campano, racconta di testimonianze significative dal principio alla fine: nel luglio 2006, prima di prendere effettivo possesso della carica con una solenne celebrazione in Duomo, Sepe si recò in visita al disagiato quartiere di Scampia. Un gesto simbolico, un filo conduttore che avrebbe anticipato le tante iniziative delle quali si è reso poi protagonista. Così pure nello sciagurato anno 2008, durante il periodo dell’emergenza rifiuti di Napoli, nel mese di gennaio dispose la traslazione e l’esposizione straordinaria delle reliquie di San Gennaro, parlando di momento grave per la città, sprofondata, a suo dire, “in una delle notti più buie della sua storia“. Un brevissimo excursus che si può concludere con la data del 29 dicembre 2016, giorno nel quale l’ormai ex Cardinale apriva le porte del duomo di Napoli agli immigrati, agli indigenti e ai senza fissa dimora, per offrirgli il pranzo in occasione del Capodanno.

Ma chi è Domenico Battaglia, meglio conosciuto come don Mimmo, il prete di strada? La nomina non sembra affatto casuale stando alla sua biografia etico-politica, legata alla cura dei deboli e degli emarginati, e quindi fortemente vicina alla Chiesa missionaria professata da Bergoglio, materialmente povera e spiritualmente ricca. “Don Mimmo è riuscito a unire – recita il commiato della comunità di Cerreto affidato ad un post facebook – lì dove spesso e volentieri si creano divisioni, lui è riuscito a tenere insieme i tasselli. Lascia un grande vuoto”. E proprio nel beneventano, mandato dal pontefice nel 2016, Battaglia ha dato prova di saper andare oltre i confini meramente religiosi ed offrire chiavi di lettura di spessore sull’attuale contingenza. Quella marchiata dal Covid-19, avrebbe prodotto “insicurezza e angoscia – scriveva il prossimo capo della Curia partenopea in una lettera pastorale dell’aprile scorso – l’insicurezza per il proprio futuro e quello dei propri figli, l’angoscia di chi ha visto tagliare ogni anno, mese dopo mese, il bilancio della sanità pubblica, quello della spesa sociale a svantaggio dei più poveri, persino dei portatori di handicap e di quanti nel capitalismo finanziario senza regole non possono permettersi né azioni, né titoli e nemmeno carte di credito, sebbene per pochi spiccioli“.