L’Arco Borbonico, poco distante da Castel dell’Ovo, risaliva alla seconda metà del XVIII secolo ed era quanto restava dell’antico molo settecentesco cui approdavano i “luciani“, pescatori del borgo Santa Lucia. Nell’Ottocento fu spostato e trasformato nel terminale di uno scarico fognario, per poi essere ribattezzato dai napoletani “o’ chiavicone“. Con la sua volta a botte in tufo giallo e il calpestio in pietra lavica, era parte integrante del lungomare napoletano. Il 2 gennaio, a seguito delle mareggiate, l’Arco Borbonico è crollato. Eppure, la forza delle onde non è che l’ultima responsabile della distruzione dell’Arco, abbandonato all’incuria dall’Autorità Portuale nonostante le segnalazioni della Soprintendenza.

La Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio lo scorso maggio aveva sollecitato l’Autorità Portuale ad intraprendere un’operazione di restauro dell’Arco, con una missiva a firma del soprintendente Luigi La Rocca e del funzionario Luigi Rondinella. Nella missiva veniva evidenziato lo stato di profonda incuria dell’Arco e venivano suggeriti alcuni interventi da mettere in atto, sottolineandone l’estrema urgenza. Nonostante questo, dall’Autorità Portuale, guidata da Pietro Spirito, non sono mai giunte risposte. Eppure, le sollecitazioni non sono mancate: il consigliere regionale Francesco Emilio Borrelli (Europa Verde) ha dichiarato che negli ultimi due anni, con note ufficiali, sono stati sollecitati il Comune, la Soprintendenza e l’Autorità Portuale ad occuparsi della salvaguardia dell’area del lungomare compresa tra la Colonna Spezzata e l’Arco Borbonico; in una mail di sei mesi fa, pubblicata dallo stesso consigliere Borrelli, il soprintendente Luigi La Rocca scriveva:

«…dopo una serie di nostre segnalazioni cadute tristemente nel vuoto, l’ultima dello scorso mese di ottobre, circa la necessità di interventi di restauro del monumento, venerdì scorso abbiamo dovuto inviare all’autorità portuale, ente tenuto alla conservazione dell’importante testimonianza storica, una diffida ai sensi dell’art. 32 del Codice dei beni culturali (interventi conservativi imposti) imponendo un intervento di restauro previa consegna preventiva del progetto alla Soprintendenza.»

Nonostante la Soprintendenza abbia imposto all’Autorità Portuale di presentare un progetto di restauro entro trenta giorni dalla diffida, l’ente guidato da Pietro Spirito si è mosso solo nel mese di settembre, limitandosi a puntellare l’Arco con tubi innocenti, che evidentemente non sono serviti. Ad esprimere indignazione, oltre al sindaco di Napoli Luigi De Magistris, è anche il consigliere municipale Francesco Carignani di Novoli,  già presidente dell’Associazione Italiana Giovani per l’UNESCO e attuale presidente dell’Associazione Culturale Musae, che nel mese di ottobre ha scritto sia alla Soprintendenza che all’Autorità Portuale per sollecitare l’inizio dei lavori. Una risposta da Pietro Spirito è arrivata solo lo scorso 29 dicembre, quando ha avvisato il consigliere Carignani che dopo l’Epifania si sarebbe tenuta una riunione con la Soprintendenza per discutere del progetto, troppo tardi…