Sono 1600 le procedure di licenziamento, esubero e ristrutturazione industriale aperte, 20 milioni le ore di cassa integrazione spalmate su 100 siti industriali per un totale di 121 mila lavoratori. Napoli e la sua area metropolitana è il territorio più colpito con 34 aziende in crisi. A seguire, c’è Caserta, che precede Salerno, Avellino e Benevento. E’ la fotografia scattata da uno studio condotto sulle aziende sindacalizzate con oltre 15 dipendenti, ovvero su 120 realtà imprenditoriali. I dati sono stati elaborati dalla Cgil assieme ad Ires Campania, associazione culturale senza scopo di lucro che svolge attività di formazione e ricerca sui processi di trasformazione dell’economia, del territorio, del lavoro, delle relazioni industriali, dei soggetti sociali e sindacali. Snocciolando questi numeri, venerdì 17 gennaio presso la sede partenopea dell’organizzazione sindacale, alla presenza del responsabile del dipartimento regionale Contrattazione, Mercato del Lavoro e Vertenze, Maurizio Mascoli e del responsabile Ires Campania, Giovanni De Falco, il segretario regionale della Cgil, Nicola Ricci, ha lanciato l’allarme sottolineando che: “Entro il 2020 molti ammortizzatori sociali finiranno e ancora non si ragiona di politiche industriali“.

A luglio dello scorso anno Cgil, Cisl e Uil avevano chiesto alla Regione la disponibilità al confronto tematico soprattutto su somministrati del settore sanità, Lsu, politiche del lavoro, sociali e fiscali, zone economiche speciali. La nuova stagione del confronto sembra essersi arenata sul nascere, se, come affermano le parti sociali, dalla scorsa estate ad oggi c’è stato solo un incontro sulla sanità. “Chiediamo un tavolo permanente di monitoraggio delle crisi, richiesta che abbiamo avanzato già a dicembre insieme a Confindustria, Cisl e Uil senza ottenere, anche in questo caso, alcuna risposta. Serve un maggiore coordinamento da parte degli assessorati regionali di competenza: la Regione deve riappropriarsi della territorialità ed incidere maggiormente sul Governo”.

Se il settore più colpito è quello metalmeccanico, l’edilizia soffre molto e il tessile e calzaturiero non se la passano bene. Uno dei motivi comuni, secondo lo studio, sarebbe la debolezza dei mercati, talvolta addirittura inesistenti per la crisi dei consumi.